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Monday, September 17, 2012

Nuovo ritorno su Katyn a Norimberga


Ho trattato parecchie volte del processo di Norimberga e, in particolare, di “Katyn a Norimberga”. Ancora abbastanza recentemente, il 20 aprile 2012, ho pubblicato un articolo intitolato “Ritorno su Katyn a Norimberga”.
Ma mi si segnala che un’internauta, la cui identità non mi è stata rivelata, ha manifestato il suo disaccordo. Ecco il suo messaggio:

Mi sembra che il signor Faurisson non abbia ben studiato il processo di Norimberga, particolarmente per quel che riguarda Katyn. Che Katyn figuri nell’atto d’accusa al titolo di capo d’accusa “Crimini di guerra” non si può affatto contestare. Gli alleati occidentali hanno ceduto al ricatto dei Sovietici e ciò non fa loro onore. Tuttavia, il signor Faurisson pare dimenticare che gli articoli 19 e 21 non dicono quel che vuol far dir loro. L’articolo 19 mira soprattutto a rendere più elastiche le condizioni d’amministrazione della prova rispetto alle regole più rigide della procedura anglo-sassone nel campo dell’amministrazione della prova. Infatti esso si adegua alle regole della procedura penale francese senza attentare ai diritti della difesa. È così che, quando l’accusa produsse  degli “affidavit”, gli avvocati degli accusati poterono esigere la comparizione dei firmatari di questi stessi “affidavit”. Per quel che concerne l’articolo 21 dello statuto del tribunale, l’interpretazione del signor Faurisson si adegua a quella dei Sovietici, ma non a quella degli altri membri del tribunale. Del resto, nella versione in inglese dello statuto, è detto che, riguardo i rapporti ufficiali dei governi alleati, il tribunale “will take judicial notice”, che significa che esso li considererà come ricevibili, senza pregiudicare il loro valore probatorio. Questa disposizione non doveva affatto andare contro i diritti della difesa. Lo si verificherà precisamente a proposito di Katyn dove la difesa ha potuto imporre l’audizione dei suoi testimoni e sottoporre i testimoni sovietici ad un controinterrogatorio serrato, a dispetto della virulenta opposizione del procuratore sovietico Rudenko e di quella del generale Nikicenko, giudice sovietico. È dopo questo episodio che si cominciò a evocare la responsabilità sovietica nel massacro di Katyn. Tutto questo è verificabile e lunghi estratti delle testimonianze figurano nell’opera di Jean-Marc Varaut sul processo.

Questo internauta si sbaglia in tutto e per tutto e certi suoi errori sono gravi. Egli ha letto male il mio articolo del 20 aprile 2012 intitolato “Ritorno su Katyn a Norimberga” e si è guardato bene dal leggere il mio studio del 1° agosto 1990 intitolato  “Katyn a Norimberga”, a cui mi ero premurato di rinviare il lettore, triplice riferimento all’appoggio.
Egli non è andato al testo stesso dei vergognosi articoli 19 e 21 dello statuto del Tribunale militare internazionale di Norimberga (1945-1946) e non ha studiato l’uso che, nella pratica, i giudici e i procuratori hanno fatto di questi stessi articoli. Invece di andare alla fonte, si è accontentato della lettura di un libro (di pessima qualità) sul processo di Norimberga.
Gli consiglio di rifarsi, in prima istanza, all’originale inglese degli articoli 19 e 21 (IMT) (http://avalon.law.yale.edu/imt/imtconst.asp#art1), successivamente alle traduzioni, molto illuminanti, che troverà nelle versioni francese (TMI) e tedesca (IMG). Egli allora valuterà il cinismo con il quale i vincitori hanno dichiarato 1) “Il Tribunale non sarà legato dalle regole tecniche relative all’amministrazione delle prove” (cosa che è terribilmente inquietante) e 2) “Il Tribunale non esigerà che sia addotta la prova di fatti di pubblica notorietà, ma li riterrà come acquisiti” (cosa che non è meno inquietante). Le frasi esplicative che seguono ciascuna di queste due decisioni confermano e accrescono i peggiori timori. Nel caso dell’articolo 19, si aggiunge che il Tribunale “adotterà ed applicherà una procedura speditiva e non formalistica e ammetterà ogni mezzo che stimerà avere un valore probante”; a questo proposito un’osservazione: i traduttori francesi hanno tradotto l’inglese “expeditious”, che significa “speditivo”, con “rapide” Riteniamo che, da questo punto di vista, il tribunale sbrigherà un bel po’ di lavoro e non si preoccuperà troppo della forma ; poi, al termine d’una procedura tanto disinvolta, questo stesso Tribunale dichiarerà: “Questa è una prova” oppure “Quella non è una prova”. Nel caso dell’articolo 21, si aggiunge che il Tribunale “considererà ugualmente come prove autentiche i documenti ed i rapporti ufficiali dei Governi delle Nazioni Unite, ivi compreso quelli compilati dalle Commissioni stabilite nei diversi paesi alleati per le inchieste sui crimini di guerra così come i processi verbali delle udienze e le decisioni dei tribunali militari o altri di una qualunque delle Nazioni Unite”. Stupefacente! Ecco dunque un tribunale che, ad occhi chiusi, senza esame del contenuto, dirà per esempio: “Questo è il rapporto ufficiale della Commissione di un vincitore che ha indagato su un crimine imputato al vinto; è firmato da questo vincitore ; di conseguenza, ha valore di prova autentica!” È così che il tribunale delle “Nazioni Unite” deciderà di riconoscere valore di autentica prova ad ogni sorta di documenti comunisti fra cui il rapporto ufficiale URSS-54 della Commissione sovietica che concludeva che il crimine di Katyn era stato perpetrato da un’unità dell’armata del vinto. Si rimane sorpresi di leggere che, in questo stesso articolo 21, si possa parlare di “fatti di pubblica notorietà” senza precisare agli occhi di chi tale fatto sarà di “pubblica notorietà” e tal altro non lo sarà. Come lo si deciderà questo? Su quale criterio? La risposta, sul piano pratico, è che i giudici prenderanno la loro decisione senza dover produrre le loro ragioni; ancora nella pratica, essi saranno stati “istruiti” dal film atrocemente menzognero che è stato proiettato all’apertura del processo.
In altre parole, è previsto il caso in cui i giudici potranno esimersi dall’apportare una o più prove. Ed i giudici di Norimberga useranno sovrabbondantemente d’una tale ampiezza. È interminabile la lista delle affermazioni che questo tribunale si permetterà senza apportare la minima prova. In particolare, esso affermerà che il vinto ha perseguito una politica di sterminio fisico degli ebrei d’Europa ma nessuna prova sarà fornita! Affermerà anche che il vinto, per perpetrare questo crimine, ha usato delle armi di distruzione di massa chiamate “camere a gas” o, nel caso di Treblinka (documento PS-3311 con valore di prova autentica), di “camere a vapore” (steam chambers) senza fornire la minima prova come una perizia criminale, ciò che è il colmo per un supposto crimine di questa dimensione. Affermerà che il totale delle vittime ebree del vinto è ammontato a sei milioni senza fornire, ancora una volta, una prova ma al prezzo di un stupefacente imbroglio: dirà che Adolf Eichmann lo ha detto mentre è Wilhelm Höttl che, in un affidavit (dichiarazione scritta sotto giuramento), ha detto che Eichmann glielo aveva detto, e ciò dall’agosto 1944! Höttl aveva mentito. Facendo valere che una convocazione di Höttl era agevole poiché, dopo tutto, il personaggio risiedeva sul posto (e collaborava attivamente con l’accusa per la paura di essere consegnato all’Ungheria comunista), gli avvocati della difesa avevano richiesto la sua comparizione perché egli si presentasse a dare una spiegazione; il presidente del tribunale aveva loro risposto che ciò si sarebbe esaminato più tardi, ma, più tardi, non si è visto assolutamente nulla! Il gioco è fatto!
Se c’è un punto inammissibile nel messaggio dell’internauta è la sicurezza che ci mostra a proposito degli “affidavit” quando osa scrivere: “quando l’accusa produsse degli ‘affidavit’, gli avvocati degli accusati poterono esigere la comparizione dei firmatari di questi stessi ‘affidavit’”. Gli avvocati non potevano “esigere” nulla di simile da parte del tribunale, e soprattutto non la comparizione del firmatario di un affidavit. Per lui solo, il caso di Höttl lo prova.
Il nostro internauta dovrebbe rivedere la sua copia laddove egli tratta di ciò che significa per i magistrati, nell’articolo 21 dello Statuto, l’espressione “to take judicial notice”. Questo significa “prendere conoscenza d’ufficio” o “ammettere d’ufficio”. Se un giudice decide di “prendere conoscenza d’ufficio” del fatto che “lo sterminio fisico degli ebrei” è avvenuto, l’accusato non avrà altra risorsa che di considerarlo come cosa decisa, di considerare il fatto per acquisito, di considerare come autentico il fatto che, durante la Seconda guerra mondiale, il vinto ha perseguito una tale politica di sterminio. Nel 1988, durante il secondo processo intentato a Toronto contro il revisionista Ernst Zündel, di cui assistevo l’avvocato (Doug Cristie), il giudice Ron Thomas ha deciso, alla richiesta del pubblico ministero, di prendere conoscenza d’ufficio della realtà dell’ “Olocausto”. Egli ha dichiarato: “L’Olocausto è l’assassinio di massa e lo sterminio di (o degli ebrei) da parte del regime nazista durante la Seconda guerra mondiale, e sarà detto [da parte mia] alla giuria di ammettere ciò d'ufficio” (“The Holocaust is the mass murder and exterminaton of Jews by the Nazi regime during the Second World War, and the jury will be told to take judicial notice of that”). Rammento qui che soltanto la giuria ha il diritto di pronunciarsi sulla colpevolezza o la non colpevolezza della persona chiamata in giudizio; al giudice in seguito, di fissare eventualmente la pena. Ogni persona, a cominciare da un avvocato, che si azzardasse a contestare o ad aver l’aria di contestare quel che si richiede così di ammettere d’ufficio e senza prova sarebbe passibile delle pene previste per “oltraggio a magistrato (contempt of court).
Chi è l’insensato che accetterebbe di comparire davanti ad un tribunale che si faccia beffe fino a questo punto dei più ordinari principi della giustizia? Un vincitore giudica il proprio vinto! Egli redige lo statuto del proprio Tribunale. Egli crea perfino un nuovo diritto provvisorio e adattato alle necessità del momento. Agendo così egli riserva a sé stesso i più esorbitanti diritti, cominciando da quello di fare a meno eventualmente di prove. Egli, d’altronde, fa uso della pratica della responsabilità collettiva e della retroattività delle leggi. Egli decreta che non vi sarà alcuna possibilità d’appello. Egli decide che la pena di morte pronunciata contro i suoi prigionieri sarà eseguita mediante impiccagione e non ricorrendo al fuoco di un plotone d’esecuzione, etc. È lunga la lista dei crimini commessi contro il diritto delle genti dal tribunale militare internazionale di Norimberga. Le arringhe della difesa – ed è il colmo! – sono state seguite dalle requisitorie mentre nella giustizia normale le requisitorie precedono le arringhe. I vinti non avranno il diritto, alla fine, che ad una brevissima dichiarazione. Queste arringhe sono terminate il 25 luglio 1946. Il giorno seguente prendeva la parola il procuratore generale americano Robert H. Jackson, l’organizzatore principale di questa mascherata giudiziaria. Egli dichiarava allora (TMI, XIX, p. 414-416): “In quanto Tribunale Militare noi proseguiamo gli sforzi bellici delle nazioni alleate” (This Tribunal represents a continuation of the war efforts of the Allied Nations): un modo come un altro di gettare in faccia al vinto: “Vae victis!”. Egli prosegue: “In quanto Tribunale Internazionale, noi non siamo legati alle raffinatezze positive delle procedure dei nostri sistemi costituzionali o giuridici rispettivi, e le nostre regole non introdurranno dei precedenti nel sistema interno o nella giustizia civile di nessun paese”. In altre parole: “Al diavolo le raffinatezze!  Al diavolo il diritto positivo! Noi abbiamo inventato queste regole a proprio nostro uso, per un periodo di tempo limitato, e queste – dopo l’uso – non andranno ad intaccare i sistemi giudiziari di un qualunque paese”.
Beninteso, il linguaggio del vincitore porterà ininterrottamente il segno dell’alta moralità americana nel modo in cui si spiegherà più tardi in tutta una serie di guerre o di spedizioni punitive per arrivare, ad esempio, alla “giustizia” di Guantánamo. L’ho scritto e lo ribadisco, questo processo d’un tribunale militare internazionale che, nella realtà, non sarà stato né un “tribunale”, né “militare”, né “internazionale” (ma rigidamente interalleato e soprattutto americano) è stato nel XX° secolo il crimine dei crimini. In questo inizio del XXI° secolo sarebbe tempo di rendersene conto.      
                                       17 settembre 2012

Traduzione a cura di Germana Ruggeri

Thursday, June 14, 2012

Robert Faurisson a Radio Renaissance nel 1989


Si tratta di tre interviste della durata di 90 minuti ciascuna che avevo accordato a Radio Renaissance, una “radio libera” della regione parigina ormai scomparsa da molto tempo.
Per ascoltare questa trasmissione si va all'indirizzo youtube.com/watch?v=Uy4MgMgbFU4.
Tra i molti altri argomenti vengono rievocati in particolar modo i due grandi processi Zündel che hanno avuto luogo a Toronto (Canada anglofono) nel 1985 e nel 1988. Questi processi all’anglo-sassone contrastano per la loro serietà con i processi alla francese. Il primo è durato sette settimane mentre il secondo quattro mesi e un quarto. La lettura di migliaia di pagine della loro trascrizione permette di farsi una giusta idea degli scambi così come del contenuto dei documenti presentati dalle parti. Al termine del primo processo sono stati letteralmente annientati i due personaggi nei quali l’accusa, rappresentata dai procuratori e dalle associazioni ebraiche, riponeva tutte le sue speranze: lo storico Number One dell’ ”Olocausto”, l’ebreo americano Raul Hilberg e il testimone Number One dell’ “Olocausto”, l’ebreo canadese Rudolf Vrba. Al termine del secondo processo, grazie in particolare al Rapporto Leuchter, i revisionisti non hanno fatto che confermare la solidità delle loro argomentazioni.
In seguito, gli autori che si avventureranno a voler continuare a difendere sul piano sia scientifico che storico l’ “Olocausto” (o “Shoah”) capitoleranno a loro volta. Jean-Claude Pressac capitolerà il 15 giugno 1995 ma il testo della sua capitolazione non verrà reso pubblico che cinque anni più tardi; questo testo si può leggere tutto alla fine di Valérie Igounet, Histoire du négationnisme en France, Parigi, Le Seuil, 2000, p. 651-652, o alla fine della quarta ed ultima parte di http://inkorrekt.over-blog.com/pages/Entretien_avec_JeanClaude_Pressac_14_-1046298.html.
Quanto all’ebreo canadese Robert Jan Van Pelt, rinunciando a combattere, egli riconoscerà il 27 dicembre 2009 che ad Auschwitz, che milioni di turisti visitano, non esiste in definitiva
 Chiamo Van Pelt “l’ultimo dei Mohicani della tesi sterminazionista”. Nel campo sterminazionista, a partire dal 2010, gli storici lasceranno il posto ad ogni sorta di istrioni alla maniera di Elie Wiesel o di Claude Lanzmann nella fiction, nel romanzo, nel teatro, nel cinema, nel giornalismo, nella propaganda, … Si possono ritenere nulle e non avvenute le opere di storici che, come Edouard Husson o Florent Brayard, si dedicano a speculazioni e valutazioni della data in cui si potrebbe supporre che Hitler o i suoi avrebbero dato un – introvabile – ordine di sterminare gli ebrei.
Quanto alle pretese camere a gas naziste, esse sono kaputt; alcuni autori possono, qua e là,farne menzione ma più nessuno ormai si vanta di essere in grado di fornire la prove dell’esistenza e del funzionamento di queste “armi di distruzione di massa” di Adolf Hitler. Ed i camion a gas nazisti, anch’essi, sono indubbiamente destinati alle “pattumiere della storia”.
14 giugno 2012

Traduzione a cura di Francesca Maria

Monday, January 31, 2011

A propos de « Graphiques et photos de Dachau » (mon article du 1er août 1990)



Les graphiques et les photos en question concernent directement Dachau et, indirectement, toute l’histoire de tous les camps de concentration allemands.

Je rappelle que les Allemands n’ont jamais possédé de « camps d’extermination ». Cette expression n’est que la traduction de l’anglais « extermination camps ».

« Extermination camps » est un terme apparu en novembre 1944 dans un « Report of the War Refugee Board » (rapport du bureau des réfugiés de guerre), officine essentiellement juive directement rattachée à la Présidence du gouvernement des Etats-Unis (Franklin D. Roosevelt) et sise à Washington.

Ce « rapport » contient essentiellement deux pièces qui sont dues à deux jeunes juifs slovaques et à un major polonais, tous trois évadés d’Auschwitz. Il est mensonger ainsi qu’on peut le constater au premier regard en examinant les prétendus plans des crématoires censés contenir des « chambres à gaz ». En 1985, à Toronto, au premier grand procès d’Ernst Zündel nous avons confondu l’un des deux ex-détenus slovaques, Rudolf Vrba, qui avait commis l’imprudence de venir témoigner sous serment (voy. l’index de mes Ecrits révisionnistes (1974-1998) au mot « Vrba »).

La traduction en allemand d’« extermination camps » a donné « Vernichtungslagern ». Au procès de Nuremberg (1945-1946), l’ancien lieutenant-colonel SS Wilhelm Höttl (à ne pas confondre avec Rudolf Höss, le premier des trois commandants successifs d’Auschwitz) a collaboré dans la coulisse avec l’accusation. Dans un affidavit (déclaration écrite sous serment) il a osé prétendre qu’en août 1944, à Budapest, son collègue Adolf Eichmann lui avait révélé que l’Allemagne avait déjà tué quatre millions de juifs dans des « Vernichtungslagern » et que deux autres millions de juifs avaient été tués ailleurs, notamment du fait des Einsatzgruppen. On observera ici que le total de six millions aurait été atteint dès août 1944 !

En 1987, je suis allé rendre visite à W. Höttl en Autriche avec un témoin. Tout de go je lui ai dit tout que sa déclaration contenait un anachronisme (le mot de « Vernichtungslagern ») et que, pour l’historien, l’anachronisme était le signe du faux. C’est alors que, battant en retraite, il m’a dit en substance : « Pourquoi accordez-vous tant d’importance à cette déclaration d’Eichmann ? Eichmann était ivre et il souffrait à mon égard d’un complexe d’infériorité qui l’amenait à grossir les faits et les chiffres. »

Je reviendrai là-dessus plus en détail dans une étude que je prépare sur le mythe des six millions.
31 janvier 2011

Saturday, May 8, 2010

Two heroic champions of a humiliated and wronged Germany: Horst Mahler and Sylvia Stolz



In a recent e-mail release, the American Michael Santomauro (ReporterNotebook@gmail.com) informed us that the revisionist Horst Mahler, during his criminal trial in Munich in January 2009, had, directly quoting me, begun his opening statement with my evocation of the martial prowess of the American-Zionist axis:

“The American-Zionist axis has phosphorised German children, atom-bombed Japanese children, treated Vietnamese children with Agent Orange and Iraqi children with depleted uranium. It is high time the defeated, the humiliated, the wronged replied with what I have long called ‘the poor man's atomic bomb’, that is, with historical revisionism; that weapon neither kills nor mutilates anyone; it kills only the lie, the slander, the defamation, the myth of the ‘Shoa’, along with the abject Shoa Business dear to Bernard Madoff, Elie Wiesel, the horde of ‘miraculous survivors’ and the murderers of Gaza’s children (Professor Robert Faurisson).” “Die amerikano-zionistische Achse hat die deutschen Kinder phosphorisiert, die japanischen Kinder atomisiert, die vietnamesischen Kinder mit dem orangenen Boten behandelt und die irakischen Kinder mit dem abgereicherten Uran. Es wird Zeit, daß die Besiegten, die Erniedrigten und Geschmähten mit dem zurückschlagen, was ich seit langem als die Atombombe der Armen’ bezeichne, d.h. mittels des geschichtlichen Revisionismus. Diese Waffe tötet niemanden und entstellt niemanden. Sie tötet nur die Lüge, die Verleumdung, die Diffamierung, den Mythos der ‘Shoah ebenso wie das gräßliche Shoa-Business, das Leuten wie Bernard Madoff, Elie Wiesel, den Kohorten der wundersam Geretteten’ und den Mördern der Kinder in Gaza so teuer ist.” (Professor Robert Faurisson) (the message sent at the time by H. Mahler containing his full statement of January 12, 2009 is available on the Internet thanks to Adelaide Institute.)

H. Mahler was convicted and sentenced to nearly thirteen years’ imprisonment. He is now aged 74. At her end, his friend and colleague Sylvia Stolz, “the German Joan of Arc”, has been found guilty and sentenced to over three years in prison for having, while defending Ernst Zündel in court, argued without at all hiding her own revisionist convictions. She is 46 years old. For the same reason a good number of other revisionists before them had been sent to prison by the German or Austrian justice system. It was at Berlin’s initiative that E. Zündel, recently released, had to spend seven years in American, Canadian and German cells. In Austria, several revisionists are still incarcerated, amongst whom Wolfgang Fröhlich and Gerd Honsik. That is where Germany and Austria stand these days. With the exception of an especially heroic minority of their sons and daughters, they seem to submit to the law of their conquerors, who – as is too often forgotten – have still not, after 65 years, considered signing a peace treaty with Germany. Equipped with its “nuclear shields”, its “security fences” and, above all, its supreme weapon, the Great Lie of “the Holocaust”, the American-Zionist axis intends to lay down its law to the rest of the world. But nothing long-lasting is ever built in such a way – on threats, fear and deception. To begin with, the Great Lie of “the Holocaust”, thanks mainly to the Internet, sees itself being challenged more and more. It has, of course, spawned a religion and, on that level, there are still fair days ahead for it, but on the level of historical knowledge it has, ever so quietly, passed away. In any case I shall soon be demonstrating as much in a text dealing with the death, at last, of the Nazi gas chambers, on the historical and scientific level.

May 8, 2010
(65th anniversary of an unconditional surrender)

Deux défenseurs héroïques d’une Allemagne humiliée et offensée : Horst Mahler et Sylvia Stolz



Dans un récent communiqué, l’Américain Michael Santomauro (ReporterNotebook@gmail.com) nous apprenait que le révisionniste Horst Mahler, lors de son procès à Munich en janvier 2009, avait, me citant, ouvert sa déclaration liminaire sur mon évocation des prouesses guerrières de l’axe américano-sioniste :
« L’axe américano-sioniste a phosphorisé les enfants allemands, atomisé les enfants japonais, traité les enfants vietnamiens à l’agent orange et les enfants irakiens à l’uranium appauvri. Il est temps que les vaincus, les humiliés, les offensés répliquent par ce que j’appelle depuis longtemps “l’arme atomique du pauvre”, c’est-à-dire par le révisionnisme historique ; cette arme-là ne tue ni ne mutile personne ; elle ne tue que le mensonge, la calomnie, la diffamation, le mythe de la “Shoah” ainsi que l’abject Shoah-Business, cher à Bernard Madoff, à Elie Wiesel, à la cohorte des “miraculés” et aux assassins des enfants de Gaza (Professeur Robert Faurisson). » « Die amerikano-zionistische Achse hat die deutschen Kinder phosphorisiert, die japanischen Kinder atomisiert, die vietnamesischen Kinder mit dem orangenen Boten behandelt und die irakischen Kinder mit dem abgereicherten Uran. Es wird Zeit, daß die Besiegten, die Erniedrigten und Geschmähten mit dem zurückschlagen, was ich seit langem als die Atombombe der Armen bezeichne, d.h. mittels des geschichtlichen Revisionismus. Diese Waffe tötet niemanden und entstellt niemanden. Sie tötet nur die Lüge, die Verleumdung, die Diffamierung, den Mythos der Shoah ebenso wie das gräßliche Shoa-Business, das Leuten wie Bernard Madoff, Elie Wiesel, den Kohorten der wundersam Geretteten und den Mördern der Kinder in Gaza so teuer ist. » (Professeur Robert Faurisson) (le message diffusé à l’époque par H. Mahler et contenant sa déclaration du 12 janvier 2009 est disponible sur Internet grâce à Adelaide Institute.)
H. Mahler a été condamné à près de treize ans de prison. Il a aujourd’hui 74 ans. De son côté, son amie et collègue, Sylvia Stolz, « la Jeanne d’Arc allemande », a été condamnée à plus de trois ans de prison pour avoir, dans sa défense d’Ernst Zündel dont elle était l’avocate, plaidé sans rien dissimuler de ses propres convictions révisionnistes. Elle a 46 ans. Pour le même motif, bien d’autres révisionnistes, avant eux, ont été jetés en prison par le système judiciaire allemand ou autrichien. C’est à l’initiative de Berlin qu’E. Zündel vient de passer plus de sept ans dans des geôles américaine, canadienne et allemande. En Autriche, plusieurs révisionnistes sont encore incarcérés, dont Wolfgang Fröhlich et Gerd Honsik. L’Allemagne (y compris l’Autriche) en est là. A l’exception d’une minorité, particulièrement héroïque, de ses fils et de ses filles, elle paraît se soumettre à la loi de ses vainqueurs, qui – on l’oublie trop souvent – n’ont, depuis soixante-cinq ans, toujours pas envisagé de signer un traité de paix avec elle. Fort de ses « boucliers nucléaires », de ses « barrières de protection » et, surtout, de son arme suprême, celle du Grand Mensonge de « l’Holocauste », l’axe américano-sioniste entend dicter sa loi au reste du monde. Mais rien de durable ne se construit ainsi sur la menace, la crainte et l’imposture. Pour commencer, le Grand Mensonge de « l’Holocauste » se voit, grâce principalement à Internet, de plus en plus contester. Certes il a donné naissance à une religion et, sur ce plan-là, il lui reste de beaux jours à vivre, mais, sur le plan de la science historique, il vient d’expirer dans la plus grande discrétion. Du moins est-ce là ce que je démontrerai bientôt dans un texte qui portera sur la mort, enfin, des chambres à gaz nazies, sur le plan historique et scientifique.

8 mai 2010
(65e anniversaire d’une reddition sans condition)

Due difensori eroici di una Germania umiliata e offesa: Horst Mahler e Sylvia Stolz


                                8 maggio 2010
                                                                 (65° anniversario di una resa senza condizione)


In un recente comunicato, l'Americano Michael Santomauro (ReporterNotebook@gmail.com) ci informa che il revisionista Horst Mahler, nel corso del suo processo a Monaco nel gennaio 2009, ha aperto la propria dichiarazione preliminare ricordando quanto dissi sulle prodezze belliche dell'asse americano-sionista:

« L'asse americano-sionista ha fosforizzato i bambini tedeschi, atomizzato quelli giapponesi, trattato i bambini vietnamiti con l'agente arancio e quelli iracheni con l'uranio impoverito. È tempo che i vinti, gli umiliati, gli offesi replichino con quella che da tempo chiamo "l'arma atomica del povero", il revisionismo storico; tale arma non uccide né mutila alcuno; non uccide che la menzogna, la calunnia, la diffamazione, sia il mito della "Shoah" che l'infame shoah business caro a Bernard Madoff, a Elie Wiesel, alla coorte dei "miracolati" e agli assassini dei bambini di Gaza (Professor Robert Faurisson) ». « Die amerikano-zionistische Achse hat die deutschen Kinder phosphorisiert, die japanischen Kinder atomisiert, die vietnamesischen Kinder mit dem orangenen Boten behandelt und die irakischen Kinder mit dem abgereicherten Uran. Es wird Zeit, daß die Besiegten, die Erniedrigten und Geschmähten mit dem zurückschlagen, was ich seit langem als die “Atombombe der Armen” bezeichne, d.h. mittels des geschichtlichen Revisionismus. Diese Waffe tötet niemanden und entstellt niemanden. Sie tötet nur die Lüge, die Verleumdung, die Diffamierung, den Mythos der “Shoah” ebenso wie das gräßliche Shoah-Business, das Leuten wie Bernard Madoff, Elie Wiesel, den Kohorten der “wundersam Geretteten” und den Mördern der Kinder in Gaza so teuer ist. » (Professor Robert Faurisson) (il messaggio diffuso all’epoca da H. Mahler e contenente la sua dichiarazione del 12 gennaio 2009 è disponibile su Internet grazie all’Adelaide Institute.)

Horst Mahler è stato condannato a quasi tredici anni di prigione. Egli ha 74 anni. Per quanto la riguarda, la sua amica e collega Sylvia Stolz, «la Giovanna d'Arco tedesca», è stata condannata ad oltre tre anni di prigione per avere, durante il processo di Ernst Zündel del quale era avvocato, svolto il suo compito di difensore senza nascondere le proprie convinzioni revisioniste. Ella ha 46 anni. Prima di loro, e per le stese ragioni, molti altri revisionisti sono stati incarcerati dalla giustizia tedesca od austriaca. È su iniziativa di Berlino che E. Zündel ha passato più di sette anni nelle celle americane, canadesi e tedesche. In Austria sono ancora in carcere alcuni revisionisti, tra i quali Wolfgang Fröhlich e Gerd Honsik. La Germania, Austria compresa, è questa. Tranne una minoranza particolarmente eroica dei suoi figli, sembra essersi sottomessa alla legge dei vincitori che, troppo spesso lo si dimentica, non hanno, dopo sessantacinque anni, pensato di firmare un trattato di pace con lei. Forte dei suoi « scudi atomici », delle sue « barriere di protezione » e, soprattutto, della sua arma suprema, la Grande Menzogna dell'Olocausto, l'asse americano-sionista vuole dettare legge al resto del mondo. Ma con le minacce, la paura e la menzogna non si costruisce nulla di duraturo. Per cominciare, la Grande Menzogna dell'Olocausto viene, grazie ad Internet, sempre più contestata. Certo, essa ha dato vita ad una religione, e su questo piano le rimangono ancora dei bei giorni da vivere, ma sul piano della scienza storica ha recentemente esalato l’ultimo respiro nella massima discrezione. Almeno, questo dimostrerò presto in un testo che tratterà della sopravvenuta morte, sul piano storico e scientifico, delle camere a gas naziste.

Saturday, July 19, 2008

Répression contre le révisionnisme français en l’espace de huit mois (novembre 2007-juin 2008)



Sur le plan judiciaire, la répression exercée contre le révisionnisme historique ne cesse de s’aggraver. Les magistrats se font de plus en plus expéditifs et cyniques. Les grands médias, quant à eux, passent sous silence une bonne partie des procès et des condamnations. S’ils rapportent les condamnations, c’est en minimisant systématiquement leur gravité financière. L’historien retiendra, en particulier, que, de nos jours, un père de famille de sept enfants, Vincent Reynouard, dénué de ressources parce qu’il a été chassé de ses emplois successifs quand ses employeurs ont eu vent de son révisionnisme, peut être condamné à deux ans de prison ferme (un an à Bruxelles et un an à Colmar) et au versement d’un total de 90 000 euros sans que les grands médias soufflent mot de cet extraordinaire état de fait. « Silence, on bâillonne ! » Quant à l’association « Liberté pour l’histoire », présidée par Pierre Nora, bien que mise au courant de ce cas, elle l’a, elle aussi, passé sous silence et elle va jusqu’à recommander une défense active de la loi Fabius-Gayssot qui est au fondement de cette répression. Robert Ménard, responsable de « Reporters sans frontières », s’agite, sous l’œil des caméras, en faveur des victimes de la police de la pensée en Syrie ou en Chine mais se soucie comme d’une guigne de la répression qui s’exerce contre les révisionnistes en Europe, en Australie, aux Etats-Unis et au Canada. Il semble ne pas même voir ce qui, en la matière, se passe à Paris, quasiment à sa porte.
A titre d’exemples, voici quelques échantillons des sanctions prononcées dernièrement contre des révisionnistes, en l’espace de huit mois (novembre 2007-juin 2008).
1) 8 novembre 2007 : Vincent Reynouard, 39 ans, père de sept enfants, possède un diplôme d’ingénieur chimiste délivré par l’Institut supérieur de la matière et du rayonnement [atomique] (ISMRa de Caen), option chimie organique. Il a été exclu de l’enseignement pour cause de révisionnisme et condamné par le tribunal de Saverne pour la publication d’une brochure sur « l’Holocauste » à un an de prison ferme, 10 000 euros d’amende, 3 000 euros de dommages-intérêts au bénéfice de la LICRA et 300 euros de frais judiciaires. Audience d’appel prévue à Colmar.
2) 8 janvier 2008 : Georges Theil, 67 ans, retraité des télécommunications, a été condamné par le tribunal de Lyon (3 janvier 2006) à six mois de prison ferme, à 10 300 euros d’amende et à 46 000 euros de dommages-intérêts et de frais de publications judicaires pour des propos tenus en octobre 2004 notamment sur l’impossibilité du fonctionnement des « chambres à gaz nazies », propos tenus en privé avec un journaliste qui les a enregistrés, puis télédiffusés sur une chaîne régionale. Le 8 janvier 2008, le juge d’application des peines (JAP) de Grenoble, sa ville de résidence, décide que G. Theil n’aura pas le droit au port du bracelet électronique (mesure normalement autorisée pour les personnes de son âge), mais devra être effectivement détenu en prison pendant six mois ; les raisons invoquées par le JAP sont que G. Theil ne présente, à l’évidence, aucun signe de repentir et que, chez lui, le risque de récidive est important. Décision d’appel prévue pour le 27 juin 2008.
3) 15 janvier 2008 : Robert Faurisson, 78 ans, retraité, se voit notifier que la Cour de cassation, laquelle n’a pas à justifier sa décision, a déclaré « non admis » son pourvoi contre un arrêt en date du 4 juillet 2007 le condamnant, pour avoir accordé une interview à une radio iranienne, à trois mois d’emprisonnement avec sursis, 7 500 euros d’amende, 10 500 euros de dommages-intérêts et divers frais judiciaires.
4) 24 janvier 2008 : le même Robert Faurisson, à la veille de ses 79 ans, est poursuivi, sur triple commission rogatoire du procureur de Paris, notamment pour sa participation à la conférence de Téhéran sur « l’Holocauste » (11-12 décembre 2006) ; il subit au commissariat de police de Vichy garde à vue et fouille à corps avec remise de ses lunettes, de sa ceinture, de son portefeuille, de son porte-monnaie et de divers livres et papiers ; quatre officiers de police judiciaire, dont trois venus de Paris, procèdent à la perquisition de son domicile en présence de son épouse, gravement malade.
5) 8 février 2008 : affaire de l’hebdomadaire Rivarol. A la suite de la publication d’une interview de Jean-Marie Le Pen, qui a déclaré : « En France du moins, l’occupation allemande n’a pas été particulièrement inhumaine », le Tribunal correctionnel de Paris (XVIIe chambre) condamne, sur le fondement de la loi Gayssot et de la loi réprimant l’apologie de crime de guerre, la directrice de l’hebdomadaire à 5 000 euros d’amende, J.-M. Le Pen à 10 000 euros d’amende et trois mois de prison avec sursis, et l’auteur de l’interview à 2 000 euros d’amende. Les trois condamnés devront verser solidairement 10 500 euros de dommages-intérêts et insérer à leurs frais le texte du jugement dans les journaux Le Monde, Le Figaro, Libération ainsi que dans Rivarol. Audience d’appel fixée au 29 octobre 2008.
6) 28 février 2008 : Bruno Gollnisch, 58 ans, professeur à l’Université Lyon III, spécialiste du droit japonais, député européen (FN) et bras droit de J.-M. Le Pen, est condamné par la Cour d’appel de Lyon pour avoir déclaré, selon la cour, que, sur le sujet des chambres à gaz, les historiens doivent pouvoir discuter librement. Le jugement du 18 janvier 2007 est confirmé : trois mois de prison avec sursis, une amende de 5 000 euros et environ 30 000 euros de dommages-intérêts, de frais de procédure et de publications judiciaires ; son université l’a privé pour cinq ans du droit d’enseigner et a réduit son traitement de la moitié.
7) 18 mars 2008 : Eric Delcroix, 63 ans, avocat à la retraite, se voit refuser l’honorariat parce que, dans le passé, il a été condamné sur le fondement de la loi Gayssot pour avoir écrit un ouvrage sur l’atteinte à la liberté d’expression que constitue ladite loi.
8) Mai 2008 : J.-M. Le Pen , 79 ans, encourt de nouvelles poursuites en raison d’un entretien publié dans le mensuel Bretons. Pour la quatrième fois depuis 1987, il y parle des « chambres à gaz » comme d’« un détail de l’histoire ».
9) 21 mai 2008 (sans rapport direct avec la loi Gayssot) : le 11 novembre 2006, Robert Badinter s’était vanté, sur la chaîne ARTE, d’avoir, en 1981, « fait condamner Faurisson pour être un faussaire de l’histoire ». L’intéressé a porté plainte pour diffamation. Le 21 mai 2007, le Tribunal correctionnel de Paris (XVIIe chambre) a conclu que R. Badinter avait « échoué en son offre de preuve » et qu’il avait diffamé R. Faurisson mais … de bonne foi. Débouté et condamné à verser 5 000 euros, R. Faurisson n’a pas interjeté appel.
10) 19 juin 2008 (en rapport avec l’équivalent belge de la loi Gayssot) : à Bruxelles, le Belge Siegfried Verbeke et le Français Vincent Reynouard sont condamnés pour révisionnisme à un an de prison ferme et à de lourdes peines financières. Un mandat d’arrêt national est lancé et un mandat d’arrêt européen est en préparation.
11) 25 juin 2008 : la Cour d’appel de Colmar condamne V. Reynouard à un an de prison ferme et à de lourdes peines financières. A l’heure présente, V. Reynouard se trouve donc condamné à un total de deux ans de prison et au versement de 90 000 euros, somme vertigineuse pour un père de famille nombreuse au chômage.
12) 27 juin 2008 : la Cour d’appel de Grenoble confirme la décision du JAP : Georges Theil ne bénéficiera pas du régime de surveillance électronique car « l’admettre au bénéfice d’un aménagement de peine ne pourrait que le conforter dans ses convictions » (p. 3 de l’arrêt). On notera que, devant cette cour, constituée de Mmes Marie-Françoise Robin, Astrid Rauly et Catherine Brun, G. Theil est débouté à cause de ses convictionsopinions que l’on tient pour vraies et auxquelles on est fortement attaché », selon Hachette, Le Dictionnaire du français, 1989).
13) 27 juin 2008 (en rapport avec l’équivalent allemand de la loi Gayssot) : malgré sa conduite irréprochable en prison, Ernst Zündel se voit refuser sa mise en liberté aux 2/3 de sa peine de cinq années de prison, et ce à cause de ses convictions.
Le 20 décembre 2007, en leur présentant mes vœux pour 2008, j’avais annoncé à mes correspondants une nouvelle année qui, comme la précédente, serait à qualifier d’« horribilis ». Je leur écrivais : Plus que jamais le mot d’ordre à scander sera : « Juivre ou mourir ! » Repris de Céline, ce slogan est aujourd’hui devenu celui de notre nouveau roi de France (Nicolas Sarkozy) et de sa supposée favorite (Carla Bruni), la nouvelle Esther. Notre roi ira prochainement se faire sacrer au Vatican, puis en Israël. C’est, je crois, le 13 février, qu’il honorera de sa présence le somptueux banquet casher du CRIF (Conseil représentatif des institutions juives de France) où, chaque année, se pressent nos élites. Cinq jours auparavant, la XVIIe chambre du tribunal correctionnel de Paris aura lourdement condamné à la fois Jean-Marie Le Pen, Camille-Marie Galic, directrice de Rivarol, et son journaliste, Jérôme Bourbon ; puis, vers la fin du mois, Georges Theil sera, à son tour, condamné par la cour d’appel de Bordeaux après l’avoir été par celle de Lyon. Bruno Gollnisch sera condamné le 28 février par la même cour d’appel de Lyon en dépit du fait qu’il a, enfin, publiquement admis l’existence des magiques chambres à gaz. Je ne parle pas de ce qui attend aussi bien l’héroïque Vincent Reynouard (père de sept enfants) que les Allemands Silvia Stolz et Horst Mahler ou l’Australien Fredrick Töben ou encore nos prisonniers de conscience à Mannheim, à Vienne ou ailleurs. Il faut bien que « la Tolérance » exerce ses rigueurs. Pour emprunter au sabir qui est aujourd’hui « tendance », les « fondamentaux » de « l’esprit citoyen [juif] » se révèlent décidément « pérennes » sinon « ubiques ». Shalom !
Ce que j’annonçais ainsi s’est malheureusement vérifié. Toutefois deux rectifications s’imposent : la Cour de Bordeaux n’a pu condamner G. Theil, à cause de la prescription, et le statut de Carla Bruni a changé : la supposé favorite est devenue l’épouse en titre de N. Sarkozy. Au dîner du CRIF, ce dernier a en quelque sorte fait serment d’allégeance à Israël et à la diaspora juive.
19 juillet 2008

Tuesday, February 5, 2008

Robert Faurisson répond à six questions de la journaliste italienne Giovanna Canzano


1 Quelles sont pour vous les conquêtes les plus significatives du révisionnisme historique ?
[Au préalable, permettez-moi une mise au point : je me trouve être d’abord sujet britannique, puis citoyen français et je veux qu’il soit clair que c’est exclusivement en ma qualité de sujet britannique, et donc en homme libre, que je vais répondre à vos questions].
A condition de remplacer le mot de « conquêtes » par celui de « victoires », vous trouverez une réponse à votre première question dans un texte que j’ai précisément intitulé « The Victories of Revisionism » (Téhéran, 11 décembre 2006). J’y énumère vingt de nos victoires. Sur le strict plan scientifique et historique, ces victoires ont été si importantes en nombre et par leur étendue qu’il ne reste plus pierre sur pierre de l’édifice de mensonges construit par la religion de « l’Holocauste ». Sur le plan médiatique, en revanche, notre échec est cuisant puisque – force est de le constater – malgré notre présence sur Internet, avec l’Aaargh-VHO, Radio Islam et tant d’autres sites révisionnistes, le grand public semble ignorer à peu près tout de nos succès comme de la déroute de nos adversaires.
Prenons le cas du juif américain Raul Hilberg ; il est le Number One des historiens de ce qu’on appelle « Holocauste » ou « Shoah » et que, pour sa part, il préfère nommer « la destruction des juifs d’Europe ». C’est en 1961 qu’il a publié sa première version de The Destruction of the European Jews. A l’époque, il soutenait avec aplomb la thèse selon laquelle Adolf Hitler avait donné deux ordres d’exterminer les juifs d’Europe (p. 177). Ces ordres, dont, curieusement, il n’indiquait ni les dates ni les contenus respectifs, avaient été, selon lui, suivis d’instructions diverses aboutissant, d’une part, à des massacres systématiques de juifs par les Einsatzgruppen en Russie et, d’autre part, à l’édification de « camps d’extermination » (sic) en Pologne ou en Allemagne, en particulier à Auschwitz ; toujours à l’en croire, afin de perpétrer ce crime spécifique et sans précédent, les Allemands avaient inventé et utilisé des armes spécifiques et sans précédent appelées soit « camions à gaz », soit « chambres à gaz » (utilisant, en particulier, l’insecticide Zyklon B). Mais, d’année en année, sous la pression de la critique révisionniste qui lui demandait des preuves et non de prétendus témoignages, R. Hilberg a dû battre en retraite. En 1983, il a fini par déclarer que, toute réflexion faite, ce gigantesque massacre n’avait pas été concerté (comme il l’avait d’abord écrit) mais s’était produit spontanément, au sein de la vaste bureaucratie allemande, « par une incroyable rencontre des esprits, une transmission de pensée consensuelle » (« by an incredible meeting of minds, a consensus-mind reading by a far-flung bureaucracy »). En janvier 1985, au début du premier des deux grands procès intentés par des organisations juives canadiennes au révisionniste Ernst Zündel, à Toronto, nous lui avons fait confirmer sous serment ces étranges propos. Au cours de la même année, dans la seconde édition de son ouvrage, il a, une nouvelle fois, exposé la nébuleuse théorie selon laquelle la destruction des juifs d’Europe s’était produite par un phénomène de génération spontanée et s’était développée par transmission de pensée. Il précisait que l’entreprise criminelle en question s’était déroulée sans plan, sans agence spéciale, sans directives ni autorisations écrites, sans ordres, sans explications, sans budget, sans donc laisser de trace pour l’historien. D’où, si l’on comprend bien, l’impossibilité pour l’historien de produire des preuves. Il a conclu : « En dernière analyse, la destruction des juifs ne fut pas tant accomplie par l’exécution de lois et d’ordres que par suite d’un état d’esprit, d’une compréhension tacite, d’une consonance et d’une synchronisation » (La Destruction des juifs d’Europe, Paris, Fayard, 1988, p. 53 ; dans l’original : « In the final analysis, the destruction of the Jews was not as much a product of laws and commands as it was a matter of spirit, of shared comprehension, of consonance and synchronization », The Destruction of the European Jews, New York, Holmes & Meier, 1985, p. 55). Or, dans toute l’histoire du monde, on ne connaît pas un seul crime aux proportions gigantesques qui se serait ainsi produit par l’opération du Saint-Esprit et qui, ne laissant aucune trace de sa conception, de ses préparatifs ou de son organisation, aurait, au surplus, produit des millions de « miraculés » ayant échappé au supposé massacre.
Dès 1978/1979, dans le journal Le Monde, j’avais montré que l’existence des prétendues chambres à gaz hitlériennes se heurtait à une impossibilité technique radicale et j’avais mis la partie adverse au défi de nous montrer comment un meurtre de masse tel que le prétendu génocide des juifs avait été possible techniquement. Dans une déclaration commune signée de 34 historiens et auteurs français, dont Léon Poliakov, Pierre Vidal-Naquet, Fernand Braudel et Jacques Le Goff, on m’avait répliqué : « Il ne faut pas se demander comment techniquement un tel meurtre de masse a été possible ; il a été possible techniquement puisqu’il a eu lieu » (Le Monde, 21 février 1979). C’est ce qui s’appelle tout à la fois avouer sa propre impuissance et imposer aux autres le respect d’un tabou. Au fond, R. Hilberg a connu, en 1983-1985, un désarroi et une humiliation comparables à ce qu’avaient subi en France, dès 1979, ses 34 collègues ou amis. Si vous voulez d’autres exemples des concessions auxquelles nous avons acculé les tenants de la thèse du génocide des juifs et des chambres à gaz nazies, reportez-vous, dans mon texte du 11 décembre 2006, aux dix-huit autres cas que j’ai retenus. Ne manquez surtout pas celui de Jean-Claude Pressac, un personnage qui avait été soutenu et vanté par le couple Klarsfeld ; après de multiples publications en faveur de la thèse officielle, J.-C. Pressac a fini, le 15 juin 1995, par signer, sous forme de réponse écrite à un questionnaire de Valérie Igounet, une sorte d’acte de capitulation en rase campagne où il a reconnu que le dossier de la thèse de l’extermination était « pourri », irrémédiablement « pourri », et qu’il était voué aux « poubelles de l’histoire ». Cet acte de capitulation nous a été caché pendant cinq ans. Le texte ne nous en a été révélé qu’en l’an 2000 ; il a été reproduit en un petit caractère typographique, à l’extrême fin d’un gros livre précisément signé de Valérie Igounet, Histoire du négationnisme en France (p. 651-652).
Pour ce qui est du nombre des morts d’Auschwitz, prétendu « camp d’extermination » (dénomination créée par des Américains) situé au cœur d’un prétendu système de liquidation physique des juifs, la vérité officielle n’a cessé de connaître des révisions à la baisse : jusqu’au début de 1990, ce nombre a été fixé à 4 000 000 de juifs et de non juifs ; en 1995, il est tombé à 1 500 000 ; puis, il a été successivement de 1 100 000, de 800 000, de 700 000 et de 600 000 ; en 2002, avec Fritjof Meyer, rédacteur en chef du Spiegel, il est descendu à 510 000. Il reste aux historiens officiels, c’est-à-dire aux auteurs non poursuivis en justice pour leurs écrits, encore des progrès à faire pour atteindre le chiffre réel d’environ 125 000 ; c’est, en effet, probablement à ce chiffre que s’est monté le nombre des morts en près de cinq ans dans les 39 camps du complexe d’Auschwitz, ravagé, notamment en 1942, par d’effroyables épidémies de typhus qui ont tué des détenus, des gardiens et jusqu’à des médecins-chefs en charge de la santé des détenus.
2 Pouvez-vous nous résumer brièvement les persécutions physiques et judiciaires que vous avez dû subir à cause de l’expression publique de vos thèses historiques ?
Mon lot a été le suivant : une dizaine d’agressions physiques, près de trente ans de procès, des perquisitions, un flot de condamnations judiciaires, des saisies à ma banque, une carrière brisée, d’ignobles retombées sur ma femme et sur mes enfants ; le tout à l’instigation ou avec la pleine approbation des autorités médiatiques, politiques, universitaires et cela dans une atmosphère d’hallali avec des appels au meurtre et des flots d’ordures et de boue déversés de toutes parts sur ma personne. Le bâtonnier des avocats de Paris, Christian Charrière-Bournazel, estime que les écrits ou propos de Faurisson ne sont que boue et ordure et il se décrit lui-même en « éboueur sacré ».
Mais, dans mon malheur, j’ai eu de la chance. Jusqu’ici, mon révisionnisme ne m’a pas valu un seul jour de prison ferme. Mon sort est enviable si je le compare à celui des révisionnistes qui, en Allemagne, en Autriche, en France, en Belgique, en Espagne, en Suisse, en Suède ou au Canada ont été jetés en prison. Il y a cinq ans aujourd’hui, le 5 février 2003, la police américaine a enlevé Ernst Zündel à sa femme dans leur maison du Tennessee pour le mettre en prison, puis pour l’extrader au Canada qui, à son tour, l’a livré à l’Allemagne. Ses procès, d’abord à Toronto, puis à Mannheim, se sont déroulés dans des conditions révoltantes. Son internement à Toronto, pendant deux ans, a été digne de Guantánamo et d’Abou Graïb. Nul ne peut dire si ce juste, ce héros, sortira un jour de prison et pourra retrouver sa femme, ses enfants et ses petits-enfants.
3 La conférence révisionniste qui s’est tenue à Téhéran en décembre 2006 a provoqué une onde d’indignation mondiale ; a-t-elle aussi eu des retombées positives ?
Permettez-moi une rectification. La conférence de Téhéran ne peut ni ne doit être qualifiée de « révisionniste ». La vérité est qu’elle était ouverte à tous, y compris aux révisionnistes. Elle a fait connaître au monde entier l’existence du révisionnisme mais sans parvenir à briser l’étau de la censure qui s’est immédiatement partout resserré et qui fait que le grand public continue d’ignorer quels sont au juste nos arguments et nos conclusions. On a, un peu partout dans le monde occidental, crié au blasphème. De retour dans leurs pays d’origine, des participants de la conférence se sont retrouvés en butte à la répression, en particulier un Suédois, un Australien et deux des six courageux rabbins antisionistes qui avaient fait le déplacement : le grand rabbin d’Autriche et un rabbin de Manchester. Pour ma modeste part, je suis l’objet d’une enquête judiciaire réclamée à l’époque par Jacques Chirac ; j’ai été deux fois convoqué par la police judiciaire ; la seconde fois, tout récemment, j’ai été mis en garde à vue et ma maison a été perquisitionnée. Je vous invite à venir au procès qui se prépare ainsi mais dont la date n’est pas encore fixée. Je réserve à mes juges et au procureur une déclaration dont ils se souviendront. Aujourd’hui même, je viens d’apprendre que, dans une autre affaire (celle d’une interview accordée à « Sahar », station de la radio-télévision iranienne), la cour de cassation a confirmé que j’aurai à verser 18 000 euros d’amende et d’indemnités diverses.
4 Que pensez-vous de l’avenir du révisionnisme et, en particulier, des tentatives d’introduire en Italie une loi antirévisionniste comme la loi française ?
L’avenir du révisionnisme me paraît compromis et l’avenir des révisionnistes, particulièrement sombre. Le sort qui nous attend pourrait être comparable à celui des païens après le triomphe du christianisme au quatrième siècle de notre ère : l’effacement progressif. Je crains l’extension d’une loi antirévisionniste à l’échelle de l’Europe. Mais, vous devez le savoir, on peut réprimer le révisionnisme sans instituer pour autant une loi spécifique en ce sens. Voyez, par exemple, le comportement des Etats-Unis, du Canada, de l’Australie et de la Nouvelle-Zélande avec, en particulier, en plus du cas d’Ernst Zündel, ceux de Germar Rudolf, de Fredrick Töben et de Joel Hayward (ce dernier, semi-révisionniste d’origine juive, a sauvé sa peau et sa carrière universitaire en se reniant). En France, bien avant la loi spécifique de 1990 (« loi Fabius-Gayssot »), on ne s’est pas gêné pour poursuivre des révisionnistes et les condamner en justice. « Qui veut noyer son chien l’accuse de la rage ». Qui veut s’en prendre à un révisionniste l’accusera indifféremment de « dommage causé à autrui », de « diffamation », d’« incitation à la haine raciale », d’« apologie de crime », d’« atteinte aux droits de l’homme », de « terrorisme » ou de tel autre crime ou délit. Personnellement, j’ai été condamné aux Pays-Bas pour dommage à autrui par atteinte à la propriété littéraire ! Dans un ouvrage sur l’imposture du « Journal d’Anne Frank » j’avais été amené à citer abondamment des extraits de ce prétendu journal ; le tribunal néerlandais a décidé qu’en agissant ainsi j’avais commis une sorte de vol au préjudice des ayants droit d’Anne Frank et il a aussi jugé qu’en semant le doute sur l’authenticité dudit ouvrage j’avais porté atteinte à deux fondations (rivales en Shoah-Business !), l’une située en Suisse et l’autre aux Pays-Bas, défendant toutes deux la mémoire d’Anne Frank ; en outre, le tribunal a fait valoir que j’avais contraint le Musée Anne Frank d’Amsterdam à dépenser de l’argent pour entraîner du personnel à répondre aux questions posées par les visiteurs que mes arguments avaient pu troubler.
Il arrive à de braves gens de déclarer : « Je fais confiance à la justice de mon pays ». Personnellement, instruit par l’expérience de l’histoire, je ne vois pas comment on pourrait accorder sa confiance à des magistrats. La grande majorité des juges sont d’une docilité d’enfants sages issus de parents sages. En matière de procès pour révisionnisme, si je fais confiance aux magistrats, c’est plutôt pour leur aptitude, quand il le faut, à bafouer la plus élémentaire justice. En France, à trois reprises, j’ai porté plainte pour diffamation ; à trois reprises, les juges ont reconnu que j’avais raison mais ils m’ont néanmoins débouté car, à chaque fois, ils ont décrété que mon diffamateur était « de bonne foi ». Le dernier exemple en date est celui du procès qu’il m’a fallu intenter à Robert Badinter parce que ce personnage avait osé dire à la télévision : « J’ai fait condamner Faurisson pour être un faussaire de l’histoire ». Les juges ont décidé que R. Badinter avait « échoué en son offre de preuve », c’est-à-dire qu’il s’était montré incapable de justifier son assertion ; ils ont reconnu que cet ancien avocat et ancien ministre (de la Justice) m’avait diffamé mais ils ont ajouté, sans en fournir la preuve, que mon diffamateur avait été « de bonne foi » et ils m’ont condamné à lui verser 5 000 euros, somme qui, pour moi, dans ce procès, s’est ajoutée à bien d’autres frais ; j’ai versé ces 5 000 euros mais, n’ayant pas d’autre argent, j’ai renoncé à interjeter appel. Tous les journaux qui ont rendu compte de l’affaire ont expliqué à leurs lecteurs que R. Badinter, qui avait dit : « J’ai fait condamner Faurisson pour être un faussaire de l’histoire », avait gagné le procès et que Faurisson avait dû s’incliner devant le verdict ; ils ont caché ou voilé le fait que R. Badinter m’avait diffamé, fût-ce « de bonne foi ».
5 Vous avez souvent comparé les présumées armes de destruction massive de Saddam Hussein aux chambres à gaz hitlériennes : pouvez-vous clarifier ce concept ?
Le 23 juin 2003, j’avais rédigé un article consacré à l’arrestation à Vienne d’un révisionniste, l’ingénieur chimiste et spécialiste des chambres à gaz de décontamination Wolfgang Fröhlich, qui purge d’ailleurs actuellement une peine de six ans et cinq mois de prison. Dans cet article, j’avais évoqué l’offensive conduite par les politiciens américains Rudy Giuliani et George W. Bush contre des « révisionnistes » qui, déjà depuis un bon moment, avaient découvert que les armes de destruction massive attribuées à Saddam Hussein n’existaient tout simplement pas. Le 16 juin 2003, Bush avait condamné « un tas d’histoire révisionniste maintenant en marche » (« a lot of revisionist history now going on »). J’avais saisi cette occasion pour tracer un parallèle entre, d’une part, F. D. Roosevelt et G. W. Bush, et, d’autre part, Adolf Hitler et Saddam Hussein. J’écrivais :
En janvier 1944, le président Roosevelt, manipulé par Henry Morgenthau Jr, son secrétaire d’Etat au trésor, créait le Conseil des réfugiés de guerre (War Refugee Board ou WRB), qui allait fabriquer un rapport, devenu depuis tristement fameux, sur : « Les camps d’extermination allemands – Auschwitz et Birkenau ». En septembre 2001, le président Bush, manipulé par Paul Wolfowitz, créait le Bureau des plans spéciaux (Office of Special Plans ou OSP), qui allait fabriquer de fallacieux rapports sur les armes de destruction massives de l’Irak (Weapons of Mass Destruction ou WMD). Ce bureau est dirigé par Abram Shulsky. Au sein dudit bureau les quatre responsables en charge des rapports sur ces armes de destruction massive se désignent eux-mêmes sous le nom de « la cabale » [juive] ! Seymour Hersh, journaliste américain de renom, en a fait la révélation dans un long article du New Yorker daté du 12 mai [2003] et, en France, Jacques Isnard l’a rapporté dans Le Monde du 7 juin, en page 7.
Je concluais alors :
Pareils mensonges. Pareils menteurs. Pareils bénéficiaires. Pareilles victimes. Il semble donc qu’on ait besoin d’un pareil travail révisionniste.
Par la suite, Le Monde du 17 juin avait publié en première page un article ironiquement intitulé : « Saddam était méchant, donc il avait des armes prohibées ». Le lendemain, j’ai envoyé au journal, pour publication, une missive dont le contenu se limitait à une phrase : « Hitler était méchant, donc il avait des chambres à gaz et des camions à gaz » mais, comme on s’en doute, mon impertinente missive n’a pas été publiée.
6 Depuis quelques années maintenant le révisionnisme se trouve appelé communément « négationnisme » parce que, dit-on, il a un caractère éminemment destructif. Qu’en pensez-vous ?
« Négationnisme » est un barbarisme et, à ceux qui me traitent de « négationniste », je pourrais, forgeant à mon tour un barbarisme, répliquer qu’ils sont, eux, des « affirmationnistes ». Dans le Faust de Goethe, Méphistophélès est « l’esprit qui toujours nie ». Or les révisionnistes ne sont pas diaboliques et ils ne nient rien, et surtout pas l’évidence ; au terme de leurs recherches, ils se contentent d’affirmer que telle conviction, largement partagée, n’est qu’une illusion. Galilée ne niait pas ; il constatait l’existence d’une erreur ou d’une superstition et il insistait pour que, dans un domaine particulier de la connaissance, l’astronomie, on revoie, on corrige, on révise ce que jusqu’ici on croyait exact et qui, à son avis, était faux. Le révisionnisme est POSITIF, parfois même positiviste. Il préconise la réflexion, la vérification, l’effort, le travail, la recherche. Et puis il se trouve être aussi un HUMANISME. Il offre aux hommes un moyen de s’entendre au-delà de toute appartenance à un groupe national, politique, religieux ou professionnel. Il rejette l’argument d’autorité. Pour les révisionnistes, ce qu’affirment des savants, des professeurs, des magistrats n’est pas nécessairement exact ou conforme à la réalité et doit pouvoir être soumis à examen. Le révisionnisme nous en avertit : ce que la voix publique ressasse indéfiniment pourrait n’être qu’une légende, une croyance infondée. Attention à la calomnie ! Avant de répéter que l’Allemagne a commis le crime le plus atroce de tous les temps et d’ajouter que presque tout le reste du monde a été le complice de ce crime soit en y participant, soit en en détournant le regard, exigeons des preuves. De quel droit affirme-t-on que la patrie de Goethe et de Beethoven s’est déshonorée au point de construire des abattoirs chimiques pour y asphyxier des millions d’hommes, de femmes et d’enfants ? De quel droit tant d’institutions juives se permettent-elles d’accuser pêle-mêle de complicité dans ce crime le pape Pie XII, le Comité international de la Croix-Rouge, Roosevelt, Churchill, de Gaulle, Staline, les alliés de l’Allemagne (y compris les Japonais, le Grand Mufti de Jérusalem, les Hindous libres de Chandra Bose) et les neutres, à commencer par la Suisse ? Se peut-il vraiment que seuls les juifs et leurs amis aient vu clair tandis que le reste du monde, ou peu s’en faut, aurait été aveuglé par la haine ou l’ignorance ? Le Canadien David Matas, avocat chevronné et autorité du « B’nai B’rith » (sorte de franc-maçonnerie exclusivement juive avec ambassadeurs auprès de l’ONU et d’autres organisations internationales), vient de déclarer, le 27 janvier 2008 : « L’Holocauste a été un crime dont la quasi-totalité des pays du globe ont été les complices » (« The Holocaust was a crime in which virtually every country in the globe was complicit »). Il me semble que, lorsque les révisionnistes viennent soutenir, au terme de leurs recherches, que D. Matas se trompe ou nous trompe en évoquant ainsi le prétendu génocide des juifs, nous devrions pour le moins prêter attention à ces recherches au lieu de les interdire par « la force injuste de la loi ». Qui, dans cette affaire, vous semble avoir un comportement normal et HUMAIN ? A votre avis, est-ce D. Matas et ses puissants amis ou le Germano-Canadien Ernst Zündel, lequel doit à ces gens-là d’avoir été envoyé en prison pour de si longues années ? Pour reprendre vos mots, je dirais donc qu’à mon sentiment, loin d’avoir « un caractère éminemment destructif », le révisionnisme est doté d’un caractère CONSTRUCTIF et éminemment HUMAIN.
A l’athée que je suis permettez la réflexion suivante : la religion de « l’Holocauste » n’est qu’un avatar de la religion vétéro-testamentaire. A l’instar de cette dernière elle est inhumaine. Elle enseigne la haine, la cruauté, la soif de vengeance et la violence. Elle nous traite tous en Palestiniens. Elle se moque de l’homme. Elle cherche à nous faire gober les histoires les plus loufoques qui soient. Il le faut bien : comme je vous l’ai dit, sur le plan de l’histoire et de la science ou, en un mot, de la raison, les Hilberg et les Pressac ont été laminés par les révisionnistes. Alors, en désespoir de cause et par goût, les tenants de l’Holocauste se sont tournés vers les Claude Lanzmann, les Elie Wiesel, les Marek Halter, les Steven Spielberg, c’est-à-dire des raconteurs d’histoires juives qui ont en horreur la science historique. Ils ne s’en cachent pas. E. Wiesel, qui est le plus grand de nos faux témoins, a fini par écrire dans ses mémoires : « Les chambres à gaz, il vaut mieux qu’elles restent fermées au regard indiscret. Et à l’imagination » (Tous les fleuves vont à la mer…, Le Seuil, 1994, p. 97). Quant à Claude Lanzmann, qui a fini par avouer qu’il avait payé, et cher, ses « témoins » allemands pour le film Shoah, il a toujours clamé sa haine des historiens et de leurs documents, allant jusqu’à ajouter que, s’il découvrait un film montrant une scène de gazage des juifs, il le détruirait. Ces sortes de commerçants sont en faveur des récits, des romans, des nouvelles, des films, du théâtre, des spectacles en tout genre, et ils sont même partisans du kitsch pourvu que cela serve ce qu’ils appellent la Mémoire. Ils sont en faveur de « la Mémoire » telle qu’elle s’écrit à Hollywood, à Yad Vashem ou dans les Disneylands que deviennent progressivement tous ces musées des horreurs qui prolifèrent à Auschwitz, à Berlin, à Washington ou en cent autres points du globe. Ils privilégient les méthodes hollywoodiennes ainsi que les pratiques scénographiques les plus malhonnêtes et ils dédaignent ouvertement l’histoire. Ils s’intéressent à l’art de susciter des émotions. Ils suivent les recettes du « story-telling », c’est-à-dire l’art de trousser une bonne histoire où le lecteur et le spectateur, goûtant à la fois le plaisir de l’indignation contre les méchants nazis et celui de la commisération envers les pauvres juifs, pourront se laisser aller aux pleurs. La littérature holocaustique regorge de récits d’horreurs et de miracles dignes de l’Ancien Testament avec ses histoires des Plaies d’Egypte, de la mer Rouge, des Murailles de Jéricho ou de Josué obtenant que le soleil arrête sa course afin que les juifs puissent achever un massacre. Il s’agit là d’une longue tradition juive où le mot d’ordre est : « Pas d’histoire mais des histoires ». Dans un texte daté du 15 juin 2006 et intitulé : « Mémoire juive contre l’histoire (ou l’aversion juive pour tout examen critique de la Shoah) », je narrais la mésaventure survenue au plus prestigieux des historiens israéliens, Ben Zion Dinur, né Dinaburg (1884-1973). Fondateur de l’Institut Yad Vashem, il avait eu l’audace de préconiser la méfiance du scientifique à l’égard des innombrables « témoignages » de « survivants » ou « miraculés » ; il voulait vérifier leur authenticité ; ce faisant, il avait provoqué une redoutable campagne qui l’avait finalement contraint à démissionner de la direction de Yad Vashem.
A partir de 1995-1996, les historiens de « l’Holocauste » ont définitivement cédé le pas aux servants de la Mémoire. En 1996, une sorte de sous-Pressac, Robert Jan van Pelt, universitaire canadien, aura été le dernier historien juif à essayer de défendre la thèse de « l’Holocauste » sur le plan scientifique. Depuis cette date les spécialistes du sujet multiplient les publications où chacun va de son interprétation personnelle de « l’Holocauste » mais sans plus jamais tenter de démontrer au préalable qu’il y a eu effectivement un génocide des juifs et des chambres à gaz nazies. En revanche, on nous intoxique d’une littérature ébouriffante dans le style des récits de Misha Defonseca, de Shlomo Venezia ou de ce sacré farceur de Père Patrick Desbois : une fillette juive, adoptée par des loups, traverse avec eux l’Europe entière à la recherche de ses parents déportés à Auschwitz ; les cheminées des crématoires lancent, jour après jour, nuit après nuit, des flammes vers le ciel (alors qu’un seul feu de cheminée aurait interrompu pour longtemps toute activité de crémation) ; quand les Allemands décident d’exécuter des foules de juifs, ils mobilisent des enfants auxquels ils ordonnent de frapper sur des casseroles pour couvrir le bruit des fusillades et les cris des victimes ; « nous étions trente jeunes filles ukrainiennes qui devaient, pieds nus, tasser les corps des Juifs et jeter une fine couche de sable dessus pour que les autres Juifs puissent s’allonger » (Père Patrick Desbois, Porteur de mémoires / Sur les traces de la Shoah par balles, Michel Lafon, 2007, p. 115-116) ; « Puis, un autre jour, dans un autre village, quelqu’un qui, enfant, avait été réquisitionné pour creuser une fosse nous raconte qu’une main sortant du sol s’est accrochée à sa pelle » (p. 92-93) ; « [Samuel Arabski] nous a expliqué, le regard empli de terreur, que la main d’un Juif sortie de la fosse est venu saisir sa pelle » (p. 102). On n’en finirait pas d’énumérer ces fantasmagories qui sont déshonorantes pour qui les invente, les imprime ou en fait des films et en même temps dégradantes pour qui est amené à en lire le récit ou à en voir la représentation.
Pour ma part, prenant acte de ce que, dans ces dix dernières années, l’historiographie de « l’Holocauste » s’est essentiellement réduite à ces sous-productions, j’ai l’impression que mon rôle s’achève. J’ai 79 ans. Je ne vais pas consacrer le peu qui me reste de vie à démontrer l’ineptie de plus en plus grossière du commerce ou de l’industrie de « l’Holocauste ». Les révisionnistes l’ont déjà amplement prouvé : l’histoire de la prétendue extermination des juifs et des prétendues chambres à gaz nazies est une imposture qui a ouvert la voie à une gigantesque arnaque politico-financière, dont les principaux bénéficiaires sont l’Etat d’Israël et le sionisme international et dont les principales victimes sont le peuple allemand – mais non pas ses dirigeants – et le peuple palestinien tout entier. J’étais parvenu à cette conclusion en 1980. Aujourd’hui, 5 février 2008, je n’ai pas à y changer un iota.
Pour résumer en une phrase le bilan personnel des trente dernières années que je viens de consacrer au révisionnisme historique, je dirais que j’ai simplement voulu, avec des moyens dérisoires, servir une cause ingrate, celle de la science historique. Je ne vois rien d’autre à dire pour ma défense.
Je vous sais gré de m’avoir accordé la parole. Le premier journaliste qui ait bien voulu me la donner pour de bon a été l’un de vos compatriotes. Il s’appelait Antonio Pitamitz. C’était en 1979 dans le mensuel Storia Illustrata, disparu depuis. Aujourd’hui, un professeur d’université se bat âprement pour qu’on m’accorde le droit d’exposer mes vues – des vues qu’il ne partage peut-être pas lui-même – et il s’agit, là encore, d’un Italien. Vous le connaissez : il s’appelle Claudio Moffa.
5 février 2008