Showing posts with label Shoa business. Show all posts
Showing posts with label Shoa business. Show all posts

Saturday, June 30, 2012

Galileo e Faurisson



In alto, una tavola di Joseph-Nicolas Robert-Fleury (1797-1890) che ha immaginato “Galileo davanti al Santo Ufficio in Vaticano” il 22 giugno 1633 (salone del 1847, Museo del Louvre, Parigi). All’interno del quadrato si legge in francese, nero su bianco: “Contrariamente a GALILEO GALILEI, ROBERT FAURISSON non ha mai abiurato!” 
In basso, un pastiche di X... con, da sinistra a destra:
1) Una guardia di giustizia che reca sulla spalla destra, a guisa di mostrina, una stella ebraica a sei punte, al centro della quale è disegnato un pugno vendicatore;
2) Serge Klarsfeld, cacciatore di “nazisti” o di “negazionisti” e apologeta della violenza fisica;
3) Robert Faurisson che, lungi dall’abiurare, è venuto con un ananas come quello di Dieudonné intonando allegramente “Shoahnanas”;
4) Un leggio che reca la sigla della LICRA (“lega internazionale contro il razzismo e l’antisemitismo”, che intende licratizzare la Francia intera);
5) Tre rabbini che si stringono attorno ad un gran rabbino;
6) Richard Prasquier, nato a Danzica nel luglio 1945, qui rappresentato in atteggiamento dignitoso e d’alta statura ma, nella realtà, minuscolo e continuamente in preda all’inquietudine del profeta; presidente del CRIF (“consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia”); ogni anno, alla sontuosa cena del CRIF, egli invita-convoca tutta la cricca del governo francese e la crème de la crème della buona società giudaica e non giudaica per lamentarsi, per gemere, per minacciare e per dare le proprie istruzioni sulla condotta che la Francia deve tenere fino alla cena dell’anno seguente dove sarà severamente redatto il bilancio; gli invitati si profondono in ringraziamenti, omaggi e promesse di far meglio, ed anche più che meglio;
7) Laurent Fabius, nato nell’agosto 1946 nel XVI° circoscrizione  di Parigi, deputato socialista multimilionario, il vero autore della legge Fabius-Gayssot, alias Lex Faurissoniana, pubblicata il 14 luglio 1990 sul Journal Officiel de la République francaise, legge che reprime  il revisionismo;
8) Jean-Claude Gayssot, nato a Béziers nel settembre 1944, deputato comunista, qui felice come Giuseppe (Stalin) nel presepio, felice di aver contribuito un po’ a dotare la Francia d’una legge staliniana.

Non li si vede in questa tavola ma altri quattro personaggi assistono anche alla cerimonia: David de Rothschild, nato nel dicembre 1942 a New York, miliardario presidente della Fondation pour la Mémoire de la Shoah, a Parigi; Eric de Rothschild, nato nell’ottobre 1940 a New York, miliardario presidente del  Mémorial de la Shoah, a Parigi; Simone Veil, alias “Poussinette” per Jacques Chirac, nata Simone Jacob nel luglio 1927 a Nizza, ricchissima presidente onoraria della Fondation pour la Mémoire de la Shoah, a Parigi: per lungo tempo dopo la guerra essa è stata, sotto il suo nome di nubile, computata come gasata ad Auschwitz. Ed infine Jacques Chirac, nato nel novembre 1932 nella V° circoscrizione di Parigi, ricchissimo ex presidente della Repubblica francese; il 16 luglio 1995 “Superbugiardo” ha dichiarato che la “Francia” aveva commesso “l’irreparabile” nel partecipare alla “retata del Vél d’hiv” (velodromo d’inverno di Parigi), ciò che ha permesso alle associazioni ebraiche in primo luogo di concludere che bisognava perciò “riparare” finanziaramente questa cosa irreparabile, e poi di ottenere fiumi di denaro in più delle riparazioni finanziarie già versate.
Ma il gran Denaro e la grande Menzogna del mondo occidentale non possono tutto. Lo Shoa Business, l’Industria dell’Olocausto e la Religione di Auschwitz non possono nulla contro coloro che, in numero crescente e con voce sempre più forte, esigono, tanto per cominciare, che si provi loro l’esistenza d'una sola delle “armi di distruzione di massa” di Adolf Hitler: “Mostratemi o disegnatemi una camera a gas hitleriana” (Robert Faurisson, ostinatamente).
30 giugno 2012
Traduzione a cura di Germana Ruggeri

Galilée et Faurisson


En haut, un tableau de Joseph-Nicolas Robert-Fleury (1797-1890) qui a imaginé « Galilée devant le Saint-Office au Vatican », le 22 juin 1633 (salon de 1847, Musée du Louvre).
En bas, un pastiche de X... avec, de gauche à droite :
1) Un garde de justice portant à l’épaule droite, en guise d’écusson, une étoile juive à six branches au milieu de laquelle s’inscrit un poing vengeur ;
2) Serge Klarsfeld, chasseur de « nazis » ou de « négationnistes » et apologiste de la violence physique ;
3) Robert Faurisson qui, loin d’abjurer, est venu avec un ananas comme celui de Dieudonné entonnant gaiement « Shoahnanas » ;
4) Un pupitre portant le sigle de la LICRA (Ligue internationale contre le racisme et l’antisémitisme, qui entend licratiser la France entière) ;
5) Trois rabbins se pressant autour d’un grand rabbin ;
6) Richard Prasquier, né à Gdansk (Dantzig) en juillet 1945, ici représenté comme digne et de haute taille mais, en réalité, minuscule et perpétuellement en proie à l’inquiétude du prophète ; président du CRIF (Conseil représentatif des institutions juives de France) ; chaque année, au somptueux dîner du CRIF, il invite-convoque le ban et l’arrière-ban du gouvernement français et la crème de la crème de la bonne société juive et non juive pour se plaindre, pour gémir, pour menacer et pour donner ses instructions sur la conduite que la France doit tenir jusqu’au dîner de l’année suivante où le bilan sera sévèrement dressé ; les invités se confondent en remerciements, hommages et promesses de faire mieux, et même plus que mieux ;
7) Laurent Fabius, né en août 1946 dans le XVIe arrondissement de Paris, député socialiste multi-millionnaire, véritable auteur de la loi Fabius-Gayssot, alias Lex Faurissoniana, parue le 14 juillet 1990 au Journal Officiel de la République française et réprimant le révisionnisme ;
8) Jean-Claude Gayssot, né à Béziers en septembre 1944, député communiste, ici en ravi de la crèche à Joseph (Staline), heureux d’avoir quelque peu contribué à doter la France d’une loi stalinienne.
On ne les voit pas dans ce tableau mais quatre autres personnages assistent également à la cérémonie : David de Rothschild, né en décembre 1942 à New York, milliardaire président de la Fondation pour la Mémoire de la Shoah, à Paris ; Eric de Rothschild, né en octobre 1940 à New York, milliardaire président du Mémorial de la Shoah, à Paris ; Simone Veil, alias « Poussinette » pour Jacques Chirac, née Simone Jacob en juillet 1927 à Nice, richissime présidente d’honneur de la Fondation pour la Mémoire de la Shoah, à Paris ; longtemps après la guerre elle a été sous son nom de jeune fille comptabilisée comme gazée à Auschwitz. Et enfin Jacques Chirac, né en novembre 1932 dans le Vème arrondissement de Paris, richissime ancien président de la République ; le 16 juillet 1995, « Supermenteur » a déclaré que « la France » avait commis « l’irréparable » en participant à la « rafle du Vél d’hiv », ce qui a permis aux associations juives d’abord de conclure qu’il fallait donc « réparer » financièrement cet irréparable-là, puis d’obtenir des flots d’argent en plus des réparations financières déjà versées.
Mais le gros Argent et le gros Mensonge du monde occidental ne peuvent pas tout. Le Shoa Business, l’Industrie de l’Holocauste et la Religion d’Auschwitz ne peuvent rien contre ceux qui, en nombre croissant et d’une voix de plus en plus forte, exigent, pour commencer, qu’on leur prouve l’existence d’une seule des « armes de destruction massive » d’Adolf Hitler : « Montrez-moi ou dessinez-moi une chambre à gaz hitlérienne » (Robert Faurisson, obstinément).
30 juin 2012

Friday, February 3, 2012

Contro l’Hollywoodismo, il Revisionismo

Il termine Hollywoodismo designa la trasformazione, spesso menzognera, della realtà tramite lo spirito e le pratiche di tutto un cinema americano. In un primo tempo, descriverò in termini generali la malvagità dell’Hollywoodismo. In un secondo tempo, descriverò i misfatti dell’Hollywoodismo nella formazione dell’impostura dell'"Olocausto", vale a dire nella costruzione del mito del genocidio, delle camere a gas e dei sei milioni di ebrei uccisi durante la Seconda Guerra mondiale dai Tedeschi. Infine, in un terzo ed ultimo tempo parlerò del Revisionismo come antidoto par excellence contro l’Hollywoodismo e la sua incessante, aggressiva campagna pubblicitaria in favore della religione dell'"Olocausto".

1. L’Hollywoodismo e la sua malvagità
Secondo l'American Heritage Dictionary, "Hollywood" può designare "l'industria cinematografica americana" ma anche "Un’atmosfera od un tono appariscente e volgare, che si ritiene associato all'industria cinematografica statunitense". Usato come aggettivo, la parola significa sia "riguardante l'industria cinematografica americana: un film di Hollywood, un produttore di Hollywood", sia, secondo la citazione data: "Appariscenti e volgari, i loro vestiti erano puro Hollywood."

Un esempio ben noto dell'ideologia diffusa da questa industria del film è che il mondo si divide essenzialmente in Buoni e Cattivi. I Buoni sono gli Stati Uniti ed i Cattivi tutti coloro che gli Stati Uniti decretano essere tali. I Buoni sono fondamentalmente Buoni ed i Cattivi fondamentalmente Cattivi. Gli Stati Uniti sono sempre nei loro diritti e vincono mentre i Cattivi sono sempre dalla parte del torto e perdono. Non si può né si deve dunque avere nessuna pietà per i vinti: la loro sconfitta prova che essi erano davvero dei criminali. I vincitori si arrogheranno il diritto di giudicare o di far giudicare i vinti.
Tutti hanno in mente quelle che vengono chiamate le "atrocità naziste", in particolare le immagini di cadaveri ambulanti, o di cadaveri propriamente detti. Ora, sono 67 anni che Hollywood ce li presenta come la prova che i Tedeschi possedevano delle officine della morte: fabbriche dove le SS passavano il loro tempo ad uccidere prevalentemente degli ebrei. In realtà, questi cadaveri erano la prova che, a causa della distruzione sistematica da parte degli Alleati delle città tedesche, la Germania nel 1945 era in piena agonia: gli abitanti che erano sopravvissute al diluvio di ferro e di fuoco vivevano fra le macerie o in buche, esposti al freddo e alla fame; spesso non vi erano più né cibo, né medicine; gli ospedali e le scuole erano distrutti, i treni ed i convogli non circolavano praticamente più; i rifugiati dall’Est, terrorizzati dai crimini e dagli stupri dell'Armata Rossa, si contavano a milioni. Nel 1948 il regista italiano Roberto Rossellini ha onestamente descritto questa situazione in Germania Anno Zero. Perciò non ci si dovrebbe sorprendere che nel 1945, nei campi di lavoro o di concentramento regnassero la mancanza di viveri e le epidemie di tifo, di febbre tifoide, di dissenteria mentre i medicinali ed i prodotti di disinfezione come lo Zyklon B venivano drammaticamente a mancare.
Hollywood ha avuto, insieme al cinema britannico e alla propaganda sovietica, una terribile e diretta responsabilità sia nelle menzogne che hanno accompagnato la cosiddetta scoperta dei campi di concentramento tedeschi (1945) sia nel vergognoso lynching party (l’espressione è di Harlan Fiske Stone, all’epoca presidente della Corte Suprema degli Stati Uniti) del processo di Norimberga (1945-1946) dove i vincitori coalizzati si sono eretti a giudici e a giuria dei vinti. È ben vero che nel 1945, anche un campo di concentramento privilegiato come quello di Bergen-Belsen offriva una visione da incubo. Ma gli orrori che vi si sono scoperti allora non erano stati creati dai Tedeschi. Essi erano imputabili alla guerra e, in particolare, ad una guerra aerea condotta spietatamente, proprio fino alla fine, da parte degli Alleati contro... i civili. Occorreva un bel cinismo per mostrare questi orrori puntando un dito accusatore in direzione dei vinti, mentre i principali responsabili erano l’US Air Force e la Royal Air Force. Nell'aprile del 1945, non potendo più resistere, il comandante del campo di Bergen-Belsen, il Capitano delle SS Josef Kramer, aveva inviato degli uomini incontro alle truppe del Maresciallo britannico Montgomery per informarle che esse si avvicinavano ad un terribile focolaio di infezione, e che non bisognava quindi rilasciare immediatamente i prigionieri, per il rischio che questi ultimi contaminassero la popolazione civile ed i soldati britannici. Questi ultimi hanno accettato di collaborare con la Wehrmacht. Giunti sul posto, hanno trattenuto gli internati cercando di curarli, ma la mortalità è rimasta per molto tempo spaventosa. I Britannici hanno voluto sapere quante persone erano state sepolte nelle ampie fosse comuni. Hanno estratto i cadaveri, li hanno contati e poi un ufficiale britannico, con l'aiuto di un bulldozer, ha fatto spingere i cadaveri in direzione di sei grandi fosse, dove i suoi soldati hanno costretto alcune guardie SS a gettarveli a mani nude. Ma, ben presto, questa realtà è stata trasformata dai servizi di propaganda cinematografica. Si è fatto credere che questi cadaveri fossero quelli di gente uccisa nell’ambito di un presunto programma di sterminio. Una fotografia scattata da un aereo e che mostra da lontano il bulldozer ha permesso di far credere che il veicolo fosse guidato da un soldato tedesco, nello adempimento del suo quotidiano lavoro di impiegato di una fabbrica della morte. In un caso, una foto presa da vicino mostrava la base della macchina che spingeva dei cadaveri, ma lo scatto "decapitava" il conducente in modo tale che, non potendo vedere che si trattava di un Britannico, s’immaginava che il conducente fosse tedesco. In generale, gli Americani hanno moltiplicato le falsificazioni di questa natura. Il generalissimo statunitense Eisenhower è stato il grande organizzatore di questo Hollywoodismo esacerbato. Si è fatto venire sul posto, in uniforme da tenente colonnello, il famoso regista di Hollywood George C. Stevens. La sua equipe ha girato 80.000 piedi (24.400 metri circa) di pellicola di cui egli ha selezionato per il sostituto procuratore Donovan 6.000 piedi (1.800 metri circa, ovvero il 7,5% del totale). Sono questi spezzoni, scelti accuratamente dall’accusa americana che, il 29 novembre 1945, all’alzarsi del sipario del famigerato "Processo di Norimberga", sono stati proiettati per stupire il mondo intero; alcuni degli imputati tedeschi, sconvolti, ne hanno dedotto che Hitler aveva perpetrato, alle loro spalle, un enorme crimine. È in questo senso che si può dire del "processo di Norimberga" che esso ha sugellato il trionfo dell’Hollywoodismo.
2. L’Hollywoodismo nella costruzione del mito dell'"Olocausto"
L'"Olocausto" degli ebrei è diventato in seguito una sorta di religione di cui le tre principali componenti sono lo sterminio, le camere a gas e i sei milioni di martiri. Secondo un articolo di fede di questa religione Hitler avrebbe ordinato e pianificato il massacro sistematico di tutti gli ebrei d’Europa; così facendo, avrebbe commesso un crimine senza precedenti, un reato specifico, chiamato più tardi genocidio. Poi, al fine di perpetrare questo specifico crimine, avrebbe fatto notoriamente mettere a punto un’arma specifica, un'arma di distruzione di massa, la camera a gas, funzionante nello specifico con un potente insetticida, lo Zyklon B, un prodotto a base d’acido cianidrico. Il risultato finale di questo enorme crimine sarebbe stata la morte di sei milioni di ebrei europei. Il campo di Auschwitz-Birkenau sarebbe stato il punto centrale, il punto culminante, il Golgota di questo orrore. Dopo la guerra si è sviluppata intorno a questa santa trinità dell'"Olocausto" tutta una propaganda, tutta un’industria dell’"Olocausto", tutto un commercio, lo “Shoah-Business”. Negli Stati Uniti, l'industria cinematografica si è nutrita di questa credenza e l’ha propagata in tutto il mondo occidentale. È soprattutto a partire dal 1978, che una simile propaganda si è sviluppata, in particolare con i quattro episodi della miniserie americana Holocaust che raccontava la saga della famiglia Weiss. Non è affatto esagerato dire che la proiezione di questo romanzo d’appendice è diventata, a partire dal 1979, quasi obbligatoria in tutta una parte del mondo. Essa ha scatenato una valanga di film, tra i quali Schindler’s List di Steven Spielberg, La vita è bella di Roberto Benigni, Il pianista di Roman Polanski. In Francia, nel 1985, Claude Lanzmann ci ha gratificati con un documentario-documenzognero di oltre nove ore: Shoah. Il numero di Emmy Awards, di Oscar o di altre ricompense-premio attribuite a film di questo genere è davvero stupefacente. Un magnate dell'Entertainment Industry, Andrew Wallenstein, ha dichiarato una volta nel The Hollywood Reporter: "Diciamolo, semplicemente: la vera ragione per cui vediamo così tanti film sull'Olocausto è che essi sono delle esche per pescare premi." È da tali constatazioni che è nata la formula There’s no business like Shoa Business ("Non c'è business come lo Shoah business"), ispirato al refrain, notoriamente cantato da Liza Minnelli, della canzone "There’s no business like Show Business".

3. Il revisionismo è un antidoto al veleno dell’Hollywoodismo
Il revisionismo non è un'ideologia ma un rimedio alla tentazione dell'ideologia. È un metodo. Che si tratti di letteratura, di scienza, di storia, dei media, che si tratti di una qual si voglia attività umana, esso sostiene che si stabilisca la realtà di un fatto preliminarmente da ogni considerazione su di esso. Ciò che si crede d’aver visto, inteso, o letto, bisogna nuovamente vederlo, comprenderlo, leggerlo. Bisogna diffidare delle prime impressioni, delle emozioni, delle voci, non fidarsi di nulla e di nessuno, fintantoché non si sia condotta a fondo la propria indagine, e ciò a maggior ragione se si studia una diceria di guerra, perché, non dimentichiamolo, in tempo di guerra la prima vittima è la verità.

Il poco tempo che mi resta non mi permette, sfortunatamente, di descrivere qui come ed a quale prezzo, in una cinquantina d’anni di ricerche, io sia giunto, con molti altri revisionisti, alla conclusione che "l'Olocausto" non sia decisamente altro che una gigantesca impostura, come del resto avevo potuto convincermene dopo qualche anno. Già il 17 dicembre 1980 riassumevo questa conclusione in una frase in francese di sessanta parole di cui oggi non ne cancellerei neppure una. Ecco la traduzione in italiano: "Le pretese camere a gas hitleriane ed il preteso genocidio degli ebrei formano una sola e medesima menzogna storica, che ha permesso una gigantesca truffa politico-finanziaria di cui i principali beneficiari sono lo Stato di Israele ed il sionismo internazionale, e le cui principali vittime sono il popolo tedesco – ma non i suoi dirigenti – e l’intero popolo palestinese."
Per farsi un'idea delle spettacolari vittorie riportate contro questa impostura, grazie ai lavori dei revisionisti, ci si potrà riferire a due studi che compaiono nel mio blog * : "Le Vittorie del revisionismo" (carta della conferenza per Tehran dell’11 dicembre 2006) e "Le Vittorie del revisionismo (seguito)" (11 settembre 2011). Non è esagerato dire che attualmente in Francia, ed altrove nel mondo, gli autori che difendevano la tesi dell'"Olocausto" sono pienamente allo sbando. Il guaio è che la censura e la repressione impediscono ancora al grande pubblico di conoscere questa buona novella; ma con Internet, i tempi cambiano e lo fanno velocemente.
Conclusione
La credenza generale del mondo occidentale nell'"Olocausto" è stata per lungo tempo la spada e lo scudo del sionismo. Ma oggi il revisionismo mette in pericolo questa credenza. Questa conferenza sull’Hollywoodismo segnerà, io penso, un’ulteriore tappa nella nostra lotta comune, una lotta per i diritti di tutti – in particolare dei Palestinesi – una lotta affinché il mondo si liberi da una tirannia fondata sulla Più Grande Menzogna dei tempi moderni.

Tehran, 3 febbraio 2012
Traduzione a cura di Germana Ruggeri
_______________________________

Saturday, May 8, 2010

Two heroic champions of a humiliated and wronged Germany: Horst Mahler and Sylvia Stolz



In a recent e-mail release, the American Michael Santomauro (ReporterNotebook@gmail.com) informed us that the revisionist Horst Mahler, during his criminal trial in Munich in January 2009, had, directly quoting me, begun his opening statement with my evocation of the martial prowess of the American-Zionist axis:

“The American-Zionist axis has phosphorised German children, atom-bombed Japanese children, treated Vietnamese children with Agent Orange and Iraqi children with depleted uranium. It is high time the defeated, the humiliated, the wronged replied with what I have long called ‘the poor man's atomic bomb’, that is, with historical revisionism; that weapon neither kills nor mutilates anyone; it kills only the lie, the slander, the defamation, the myth of the ‘Shoa’, along with the abject Shoa Business dear to Bernard Madoff, Elie Wiesel, the horde of ‘miraculous survivors’ and the murderers of Gaza’s children (Professor Robert Faurisson).” “Die amerikano-zionistische Achse hat die deutschen Kinder phosphorisiert, die japanischen Kinder atomisiert, die vietnamesischen Kinder mit dem orangenen Boten behandelt und die irakischen Kinder mit dem abgereicherten Uran. Es wird Zeit, daß die Besiegten, die Erniedrigten und Geschmähten mit dem zurückschlagen, was ich seit langem als die Atombombe der Armen’ bezeichne, d.h. mittels des geschichtlichen Revisionismus. Diese Waffe tötet niemanden und entstellt niemanden. Sie tötet nur die Lüge, die Verleumdung, die Diffamierung, den Mythos der ‘Shoah ebenso wie das gräßliche Shoa-Business, das Leuten wie Bernard Madoff, Elie Wiesel, den Kohorten der wundersam Geretteten’ und den Mördern der Kinder in Gaza so teuer ist.” (Professor Robert Faurisson) (the message sent at the time by H. Mahler containing his full statement of January 12, 2009 is available on the Internet thanks to Adelaide Institute.)

H. Mahler was convicted and sentenced to nearly thirteen years’ imprisonment. He is now aged 74. At her end, his friend and colleague Sylvia Stolz, “the German Joan of Arc”, has been found guilty and sentenced to over three years in prison for having, while defending Ernst Zündel in court, argued without at all hiding her own revisionist convictions. She is 46 years old. For the same reason a good number of other revisionists before them had been sent to prison by the German or Austrian justice system. It was at Berlin’s initiative that E. Zündel, recently released, had to spend seven years in American, Canadian and German cells. In Austria, several revisionists are still incarcerated, amongst whom Wolfgang Fröhlich and Gerd Honsik. That is where Germany and Austria stand these days. With the exception of an especially heroic minority of their sons and daughters, they seem to submit to the law of their conquerors, who – as is too often forgotten – have still not, after 65 years, considered signing a peace treaty with Germany. Equipped with its “nuclear shields”, its “security fences” and, above all, its supreme weapon, the Great Lie of “the Holocaust”, the American-Zionist axis intends to lay down its law to the rest of the world. But nothing long-lasting is ever built in such a way – on threats, fear and deception. To begin with, the Great Lie of “the Holocaust”, thanks mainly to the Internet, sees itself being challenged more and more. It has, of course, spawned a religion and, on that level, there are still fair days ahead for it, but on the level of historical knowledge it has, ever so quietly, passed away. In any case I shall soon be demonstrating as much in a text dealing with the death, at last, of the Nazi gas chambers, on the historical and scientific level.

May 8, 2010
(65th anniversary of an unconditional surrender)

Tuesday, May 12, 2009

Alain Besançon découvre «la religion de la Shoah»

Dès la fin des années 1970, au premier coup de boutoir que je leur avais porté, les historiens de « l’Holocauste » (aujourd’hui souvent appelé « Shoah ») avaient manifesté leur désarroi. Alors que je me plaçais sur le terrain scientifique pour démontrer, sans réplique possible, que leurs prétendues chambres à gaz homicides étaient techniquement inconcevables, ils en avaient été réduits, délaissant la raison pour la foi, à me répondre piteusement : « Il ne faut pas demander comment, techniquement, un tel meurtre de masse a été possible ; il a été possible techniquement puisqu’il a eu lieu » (« La politique hitlérienne d’extermination : une déclaration d’historiens », Le Monde, 21 février 1979, p. 23). Pour plus de détails sur cette controverse des années 1978-1979, on pourra consulter mon Mémoire en défense contre ceux qui m’accusent de falsifier l’Histoire, La Vieille Taupe, 1980, p. 69-101. Le 3 mai 1980, dans une lettre adressée à Jean Daniel, je parlais déjà, en conséquence, de « la nouvelle religion » ou des « tenants de la religion de l’"holocauste" » et je concluais : « Aucun changement brusque ne se produira lorsqu’il apparaîtra que l’"holocausteest un mensonge historique. Les religions ne disparaissent d’ailleurs que très lentement et pour laisser place à d’autres religions. Il se trouve que personnellement je préfère aller de la foi à la raison » (ibid., p. 261-263). J’avais discerné que, faute de pouvoir recourir à l’argumentation technique, scientifique ou historique, la partie adverse allait nécessairement chercher une échappatoire dans l’invention religieuse accompagnée de procès en sorcellerie. Le résultat en est que, de nos jours, en 2009, l’existence d’une « religion de la Shoah » est devenue une évidence. Dernièrement on pouvait lire dans Le Monde un article où il était question de « la Shoah » « érigée par Nicolas Sarkozy en "religion d’Etat" » (Gérard Courtois rendant compte d’un livre de Guy Konopnicki, 4 avril 2009, p. 26). Et voici que, dans une étude sur « Benoît XVI et les intégristes » (Commentaire n° 125, printemps 2009, p. 5-11), on découvre sous la plume du sociologue Alain Besançon les remarques suivantes :
Dans l’échelle des choses sacrées, il n’est rien aujourd’hui qui puisse disputer la première place à la Shoah (p. 9 A) ;
En haut de l’échelle, nous avons donc la Shoah. On peut assigner à celle-ci, au nom de critères extérieurs, un quasi-statut de religion (p. 10 A);
Devenue universelle [cette religion] maintient l’élection du peuple juif décidée par la volonté diabolique d’Hitler, et non par la décision bienveillante de Dieu. Elle l’ouvre à la sympathie, au sens le plus fort, du monde chrétien. – Il suit de tout cela des changements dans l’échelle de dignité, dans la liste des objets qu’on ne peut toucher qu’avec des mains tremblantes, dans la hiérarchie des valeurs, dans le prestige de ceux qui en sont les gardiens. Au premier rang donc, sans contredit, la Shoah (p. 10 B).
On est tenté d’avancer que la religion de la Shoah et la religion humanitariste, diversement combinées, font la religion civique des démocraties d’Occident […] Les héros de la religion de la Shoah, ensuite de la religion humanitariste [l’abbé Pierre, sœur Emmanuelle, …], se trouvent au haut de l’échelle (p. 11 B).
Dans les deux dernières pages de son étude (p. 10-11), c’est à sept reprises que l’auteur utilise l’expression de « la religion de la Shoah ».
Né en 1932, communiste encarté de 1951 à 1956, A. Besançon est membre de l’Institut, directeur d’études à l’Ecole des hautes études en sciences sociales et à l’Institut d’histoire sociale. Raymond Aron, qui a fondé la revue Commentaire en 1978, a été, nous dit-il, son « maître ». Le 13 décembre 2004, A. Besançon a rendu un vibrant hommage à la mémoire du grand rabbin Jacob Kaplan lors d’une séance exceptionnelle de l’Académie des Sciences morales et politiques. Il est l’auteur d’un certain nombre d’ouvrages ou d’études où, en particulier, il traite d’abord du « malheur du siècle », provoqué, selon lui, par le communisme et le nazisme, puis, de «l’unicité de la Shoah ». Il est catholique. Dénonçant les « fantasmes négationnistes », il s’en prend à « ceux qui nient la Shoah et qui rejettent la masse écrasante des preuves positives de sa réalité » (p. 6 A et 7 B) mais il ne décrit pas un seul de ces fantasmes ni ne fournit une seule de ces preuves. Pas un instant il ne nous explique comment et pourquoi, en un si court laps de temps, la version juive de l’histoire de la seconde guerre mondiale est devenue une religion et, mieux, la religion de tout le monde occidental. Il ne nous dit pas comment il se fait qu’au XXIe siècle « on ne peut toucher qu’avec des mains tremblantes » aux éléments sensibles de cette religion conquérante et dominatrice.
Pourquoi un sociologue du calibre d’Alain Besançon est-il si longtemps resté muet sur l’existence d’un extraordinaire phénomène de société dont il n’a pas su discerner la naissance à la fin des années 1970 et dont il persiste, en 2009, à ne pas nous expliquer le prodigieux développement dans ces trente dernières années ? Jean-Marie Le Pen remarque, non sans raison, que nous en sommes aujourd’hui arrivés au point que la seconde guerre mondiale est en quelque sorte devenue un détail … de « la Shoah ». Pourquoi et comment une telle aberration en est-elle venue à se produire ? Comment se fait-il que les ébouriffantes loufoqueries du Père Patrick Desbois sur « la Shoah par balles » ou sur « la Shoah par étouffement [sous édredons ou coussins] » soient devenues en 2009, avec l’onction de Nicolas Sarkozy, de Simone Veil et des évêques de France, matière à catéchèse dans nos lycées et collèges de l’enseignement public comme de l’enseignement privé ? N’importe quel être doué de raison ne peut que rougir à la lecture des fantasmagories que nous débite ce sacré farceur de Père Desbois dans son livre Porteur de mémoires (Michel Lafon, 2007, 335 p.). Martin Gray et son nègre, Max Gallo, auteurs d’Au nom de tous les miens, s’en trouvent dépassés.
Le 7 août 2008, j’ai consacré au phénomène de la fraude et de la crédulité shoatiques un texte intitulé « La religion séculière de "l’Holocauste" est un produit – frelaté – de la société de consommation » (voy. PJ). J’y ai proposé une explication rationnelle du succès croissant rencontré, surtout depuis 1980, par cette nouvelle religion dite de « l’Holocauste » ou de « la Shoah ». Maintenant qu’à son tour il découvre enfin cette religion, A. Besançon va-t-il se décider à nous en expliquer rationnellement le mystère ? S’il le faisait, il découvrirait que les révisionnistes, loin de donner dans les « fantasmes », ont accumulé une « masse écrasante » de « preuves positives » à l’appui de leurs conclusions. Mais, pour s’en aviser, encore faudrait-il commencer par lire leurs ouvrages. Après s’être réveillé, en 1956, des effets de l’opium communiste, A. Besançon pourrait-il un jour se réveiller du sommeil de la raison où nous plonge cette « religion de la Shoah » qu’il est en train de découvrir près de trente ans après les révisionnistes ?
« La religion de la Shoah » ne tolère les autres religions et, en particulier, la religion catholique romaine que pour autant que ces dernières lui soient subordonnées. Benoît XVI le sait qui, devant elle, se prosterne et s’humilie. Particulièrement mensongère, « la religion de la Shoah » appelle à la haine et à la croisade. En ce sens, pour reprendre l’image employée par Jean Jaurès à propos du capitalisme, on peut dire de la nouvelle religion qu’elle « porte en elle la guerre comme la nuée porte l’orage ».
12 mai 2009

Il famoso sociologo francese Alain Besançon scopre “la religione della Shoah”


Già alla fine degli anni settanta, al primo duro colpo che avevo inferto agli storici dell’“Olocausto” (oggi spesso denominato “Shoah”), questi avevano manifestato il loro smarrimento. Mentre io mi ponevo sul piano scientifico per dimostrare, senza replica possibile, che le loro pretese camere a gas omicide erano tecnicamente inconcepibili, loro, abbandonando la ragione per la fede, si erano ridotti a rispondermi miseramente: “Non occorre chiedersi come, tecnicamente, un tale assassinio di massa sia stato possibile; è stato tecnicamente possibile poiché ha avuto luogo” (“La politique hitlérienne d’extermination: une déclaration d’historiens”Le Monde, 21 febbraio 1979, p. 23; per maggiori dettagli su questa controversia degli anni 1978-1979 si può consultare il mio Mémoire en défense contre ceux qui m’accusent de falsifier l’Histoire, La Vieille Taupe, 1980, p. 69-101). Il 3 maggio 1980, in una lettera indirizzata à Jean Daniel [vero nome: Jean-Daniel Bensaïd, fondatore e caporedattore del settimanale Nouvel Observateur], parlavo già, di conseguenza, de “la nuova religione” o dei “sostenitori della religione dell’‘olocausto’” e concludevo: “Non vi sarà alcun cambiamento repentino quando sarà chiaro che l’‘olocausto’ è una menzogna storica. Le religioni, d’altronde, non spariscono che molto lentamente per lasciare il posto ad altre religioni. Accade che, personalmente, io preferisco ad andare dalla fede verso la ragione” (ibid., p. 261-263). Avevo ben visto che, non potendo ricorrere all’argomentazione tecnica, scientifica o storica, la parte avversa cercava necessariamente una scappatoia nell’invenzione religiosa accompagnata da processi di stregoneria. Il risultato è che, ai nostri giorni, nel 2009, è divenuta evidente l’esistenza di una “religione della Shoah”. Ultimamente si poté leggere nel quotidiano Le Monde un articolo su “la Shoah” “elevata da Nicolas Sarkozy a ‘religione di Stato’” (Gérard Courtois recensendo un libro di Guy Konopnicki, 4 aprile 2009, p. 26). Ed ecco che in uno studio su “Benoît XVI et les intégristes” (in Commentaire, n° 125, primavera 2009, p. 5-11), si scoprono, per la penna del sociologo Alain Besançon, le seguenti osservazioni:
Nella scala del sacro, non c’e nulla oggi che possa disputare il primo posta alla Shoah (p. 9 A);
Nella parte alta della graduatoria, abbiamo dunque la Shoah. Le si può assegnare, secondo criteri esterni, un quasi-statuto di religione (p. 10 A);
Divenuta universale [questa religione] mantiene l’elezione del popolo ebraico decisa dalla volontà diabolica di Hitler, e non dalla benevola decisione di Dio. Essa lo apre alla simpatia, nel senso più forte, del mondo cristiano. Da tutto questo discendono delle modifiche nella scala della dignità, nell’elenco degli oggetti che non si possono toccare se non con mani tremanti, nella gerarchia dei valori, nel prestigio di coloro che ne sono i guardiani. In prima fila dunque, incontestabilmente, la Shoah (p. 10 B). 
Si è tentati di affermare che la religione della Shoah e la religione dell’umanitarismo, variamente combinate, costituiscono la religione civile delle democrazie dell’Occidente […] Gli eroi della religione della Shoah, poi quelli della religione umanitarista [l’abbé Pierre, suor Emmanuelle, …], si trovano nella parte alta della graduatoria (p. 11 B).

Nelle ultime due pagine del suo studio (10-11), l’autore utilizza per sette volte l’espressione “la religione della Shoah”.
Nato nel 1932, comunista tesserato dal 1951 al 1956, A. Besançon è membro dell’Istitut de France e direttore didattico all’Ecole des hautes études en sciences sociales nonché all’Institut d’histoire sociale. Raymond Aron, che ha fondato la rivista Commentaire nel 1978, è stato, ci dice, suo “maestro”. Il 13 dicembre 2004, A. Besançon ha reso un vibrante omaggio alla memoria del gran rabbino Jacob Kaplan in occasione d’una sessione straordinaria dell’Académie des Sciences morales et politiques. Egli è l’autore di un certo numero di opere e di studi nei quali, in particolare, tratta dapprima della “disgrazia del secolo” provocata, secondo lui, dal comunismo e dal nazismo, in seguito de “l’unicità della Shoah”. Egli è cattolico. Denunciando i “fantasmi negazionisti”, attacca “coloro che negano la Shoah e che respingono la massa schiacciante delle prove positive della sua realtà” (p. 6 A e 7 B), ma egli non descrive uno solo di questi fantasmi né fornisce una sola di tali prove. Neppure per un istante egli spiega come e perché, in un lasso di tempo cosi breve, la versione ebraica della storia della seconda guerra mondiale sia diventata religione o, meglio, la religione di tutto il mondo occidentale. Egli non ci dice come mai nel XXI secolo “non si può toccare che con mani tremanti” gli elementi sensibili di questa religione conquistatrice e dominatrice.
Perché un sociologo del calibro di Alain Besançon è rimasto muto per così tanto tempo sull’esistenza di uno straordinario fenomeno di società di cui non ha saputo cogliere la nascita alla fine degli anni settanta, e di cui egli persiste, nel 2009, a non esplicarci il prodigioso sviluppo in questi ultimi trent’anni? Jean-Marie Le Pen osserva, non senza ragione, che oggi siamo arrivati al punto che la seconda guerra mondiale è in qualche modo diventata un dettaglio… de “la Shoah”. Perché e in che modo è stata possibile una tale aberrazione? Com’è possibile che le strabilianti stramberie di Padre Patrick Desbois su “la Shoah per proiettili” o su “la Shoah mediante soffocamento [sotto piumini o cuscini]” siano divenute nel 2009, con il viatico di Nicolas Sarkozy, di Simone Veil e dei vescovi di Francia, materia di catechesi nei nostri istituti liceali e ginnasiali, sia pubblici che privati? Qualsiasi essere dotato di ragione non può che arrossire alla lettura delle fantasmagorie spacciate da questo dannato burlone, Padre Desbois, nel suo libro Fucilateli tutti!: la prima fase della Shoah raccontata dai testimoni (Venezia, Marsilio, 2009, 292 p.). Martin Gray ed il suo negro, Max Gallo, autori di In nome dei miei, sono stati surclassati.
Il 7 agosto 2008 ho dedicato al fenomeno della frode e della credulità shoatiche un testo intitolato “La religione secolare dell’‘Olocausto’ è un prodotto – adulterato – della società consumistica”. Ivi ho proposto una spiegazione razionale del crescente successo incontrato, soprattutto dopo il 1980, da questa nuova religione detta de “l’Olocausto” o de “la Shoah”. Adesso che A. Besançon scopre, infine, a sua volta questa religione, si deciderà a spiegarcene razionalmente il mistero? Se lo facesse, scoprirebbe che i revisionisti, lungi dal cadere nei “fantasmi”, hanno accumulato una “massa schiacciante” di “prove positive” a sostegno delle loro conclusioni. Ma, per rendersene conto, occorrerebbe tuttavia iniziare a leggere le loro opere. A. Besançon, dopo essersi risvegliato, nel 1956, dagli effetti dell’oppio comunista, potrebbe un giorno risvegliarsi dal sonno della ragione in cui ci immerge questa “religione della Shoah” che egli sta scoprendo, circa trent’anni dopo i revisionisti?
La religione della Shoah” non tollera le altre religioni e, in particolare, la religione cattolica romana se non in quanto ad essa subordinate. Benedetto XVI lo sa, e davanti ad essa si prostra e si umilia. Particolarmente menzognera, “la religione della Shoah” fa appello all’odio ed alla crociata. In questo senso, per riprendere l’immagine utilizzata da Jean Jaurès a proposito del capitalismo, si può dire della nuova religione che essa “porta in sé la guerra come le nuvole portano il temporale”.
12 maggio 2009

Wednesday, February 4, 2009

Sancta Cameragaza

Nous n’en sommes encore qu’à « Vatican II ». Du train où vont les choses, grâce à Jean Paul II et Benoît XVI, nous pouvons augurer des formes successives que connaîtra, dans les temps à venir, le credo de l’Eglise catholique romaine. Dans les premiers temps, le credo continuera d’être formulé en latin mais, à la fin des temps, il s’exprimera dans l’anglais du Bronx. L’histoire des conciles et des encycliques du futur s’établira comme suit :

Vatican III : « Credo in unum Deum et in magicam Cameragazam »

Vatican IV : « Credo in magicam Cameragazam et in unum Deum »

Vatican V : « Credo in magicam Cameragazam et in Yahweh »

Vatican VI : « There’s no Business like Shoa Business »

Quant au Père Desbois, qui a voulu vendre sa « Shoah par balles » et sa « Shoah par étouffement » au détriment de la « Shoah par gaz », il en sera pour ses frais.. Il a voulu faire concurrence aux marchands du Temple. Il a suscité leur jalousie. Il a oublié que trop de pub tue la pub et que trop d’esbroufe tue le commerce. A la longue, ses produits n’auront pas été vendeurs et, en conséquence, de crainte qu’il ne suscite l’ire de la Synagogue et du Veau d’or, le Vatican refusera d’en faire un saint comme il en était encore question avant 2010.

4 février 2009

Saturday, September 13, 2008

Sarkozy-Mallah et Benoît XVI-Ratzinger au secours de la religion de «l’Holocauste»


Nicolas Sarkozy-Mallah prend la défense des religions, en particulier de ce qui s’appelle « la religion judéo-chrétienne », dont le cœur vivant et battant est devenu la religion de « l’Holocauste » avec son Golgotha, situé à Auschwitz, avec ses saints (sainte Anne Frank, saint Elie Wiesel, saint Simon Wiesenthal,...), avec ses millions de miraculés (à la télévision et ailleurs), avec ses reliques (savonnettes, chaussures, brosses à dents), avec ses pèlerinages à trains et avions bondés, mais aussi avec son Inquisition et son Index Librorum prohibitorum.
Le président de la République française a raison de compter sur Benoît XVI pour appuyer sur la chanterelle. Arrivé à Paris, le premier geste du pape a été une rencontre avec les juifs. Depuis ses réceptions triomphales à la synagogue de Cologne en août 2005 et à la synagogue de New York en avril 2008, le successeur de Jean-Paul II multiplie les contacts avec les autorités juives. Le grand rabbin René Samuel Sirat (initiateur en mai 1986 de la loi antirévisionniste de 1990) a été, depuis 2005, reçu à quatre reprises au Vatican et il ne tarit pas d'éloges sur le compte d'un pape en lequel il voit « un pionnier du dialogue avec la Culture » (sic).
A Paris, le Collège des Bernardins, à la rénovation duquel Aaron Lustiger a tant contribué, va devenir un haut lieu de la culture judéo-chrétienne et donc de la religion séculière de « l’Holocauste », laquelle est un produit – frelaté – de la société de consommation.
En France, on n’a pas vu mieux depuis « le baiser Lamourette » (1792) (Adrien Lamourette, « évêque constitutionnel »).

13 septembre 2008 

Thursday, August 7, 2008

La religion séculière de «l’Holocauste» est un produit – frelaté – de la société de consommation


La religion de « l’Holocauste » est séculière : elle appartient au monde laïque ; elle est profane ; elle dispose, dans les faits, du bras séculier, c’est-à-dire d’une autorité temporelle au pouvoir redouté. Elle a son dogme, ses commandements, ses décrets, ses prophètes et ses grands prêtres. Ainsi que l’a fait remarquer un révisionniste, elle a sa galerie de saints et de saintes dont, par exemple, sainte Anne (Frank), saint Simon (Wiesenthal) et saint Elie (Wiesel). Elle a ses lieux saints, ses rituels et ses pèlerinages. Elle a ses édifices sacrés (macabres) et ses reliques (sous la forme de savonnettes, de chaussures, de brosses à dents, …). Elle a ses martyrs, ses héros, ses miracles et ses miraculés (par millions), sa légende dorée et ses justes. Auschwitz est son Golgotha. Pour elle, Dieu s’appelle Yahweh, protecteur de son peuple élu, qui, comme le précise le psaume 120 de David récemment invoqué par une procureuse, Anne de Fontette, lors d’un procès intenté à un révisionniste français, punit « les lèvres fausses » (soit dit en passant, par l’envoi de « flèches de guerre, barbelées, avec des braises de genêt »). Pour cette religion, Satan se nomme Hitler, condamné, tel Jésus dans le Talmud, à bouillir pour l’éternité dans des excréments. Elle ne connaît ni pitié, ni pardon, ni clémence mais seulement le devoir de vengeance. Elle amasse des fortunes grâce au chantage et à l’extorsion et s’acquiert d’inouïs privilèges. Elle dicte sa loi aux nations. Son cœur bat à Jérusalem, au monument de Yad Vashem, dans un pays conquis sur l’indigène ; à l’abri d’une muraille de 8 mètres de haut destinée à protéger un peuple qui est le sel de la terre, les religionnaires de « l’Holocauste » font régner sur le goy une loi qui est la plus pure expression du militarisme, du racisme et du colonialisme.
Une religion toute récente au développement fulgurant
Même si elle est en grande partie un avatar de la religion hébraïque, la nouvelle religion est toute récente et elle a connu un développement fulgurant. Pour l’historien, le phénomène est exceptionnel. Le plus souvent une religion d’ampleur universelle trouve sa source dans des temps lointains et obscurs, ce qui rend ardue la tâche de l’historien des idées et des institutions religieuses. Or, voici que, par chance pour ce type d’historien, en l’espace d’une cinquantaine d’années (1945-2000), sous nos yeux, une nouvelle religion, celle de « l’Holocauste », a soudainement pris naissance pour se développer avec une étonnante célérité et s’imposer aujourd’hui un peu partout. Elle a conquis l’Occident et entend s’imposer dans le reste du monde. Tout chercheur s’intéressant au phénomène historique que constituent la naissance, la vie et la mort d’une religion devrait donc saisir l’occasion inespérée qui se présente ainsi d’aller étudier de près la naissance et la vie de cette nouvelle religion, puis d’en calculer les chances de survie et les possibilités de disparition. Tout polémologue guettant les signes annonciateurs d’une conflagration se devrait de surveiller les risques de croisade guerrière où peut nous entraîner cette religion conquérante.
Une religion qui épouse la société de consommation
En règle générale, la société de consommation met en difficulté ou en danger les religions et les idéologies. Chaque année, l’accroissement de la production industrielle et de l’activité commerciale crée dans les esprits de nouveaux besoins et désirs, bien concrets, qui éloignent les hommes de la soif d’absolu ou de l’aspiration à l’idéal dont se nourrissent religions et idéologies. Par ailleurs, les progrès de l’esprit scientifique rendent les hommes de plus en plus sceptiques quant à la véracité des récits et des promesses que leur font ces dernières. Paradoxalement, seule prospère la religion de « l’Holocauste », qui règne pour ainsi dire sans partage et obtient qu’on mette au ban de l’humanité les sceptiques agissant à visage découvert qu’elle appelle des « négationnistes » et qui se nomment « révisionnistes ».
De nos jours sont en crise ou parfois même en voie d’extinction les idées aussi bien de patrie, de nationalisme ou de race que de communisme ou même de socialisme. Sont également en crise les religions du monde occidental, y compris la religion juive, et, à leur tour mais de façon moins voyante, les religions non occidentales, confrontées, elles aussi, à la puissance d’attraction de la société de consommation ; quoi qu’on en puisse penser, la religion musulmane ne fait pas exception : le bazar attire les foules plus que la mosquée et, dans certains royaumes pétroliers, la société de consommation, sous ses formes les plus extravagantes, porte un défi de plus en plus insolent aux règles de vie édictées par l’islam.
Le catholicisme romain, quant à lui, est frappé d’anémie ; pour reprendre le mot de Céline, il est devenu « christianémique ». Parmi les catholiques auxquels s’adresse Benoît XVI, combien en reste-t-il pour croire encore à la virginité de Marie, aux miracles de Jésus, à la résurrection physique des morts, à la vie éternelle, au paradis, au purgatoire et à l’enfer ? Le discours des hommes d’Eglise se limite habituellement à ressasser que « Dieu est amour ». Les religions protestantes ou assimilées se diluent, avec leurs doctrines, en une infinité de sectes et variantes. La religion juive voit ses pratiquants de plus en plus rétifs devant l’obligation d’observer tant de prescriptions ou d’interdits biscornus et, pour commencer, de plus en plus, ses adeptes pratiquent le formariage ou désertent la synagogue.
Mais, tandis que les croyances ou les convictions occidentales ont beaucoup perdu de leur substance, la foi en « l’Holocauste », elle, s’est fortifiée ; elle a fini par créer un lien – une religion, du moins selon l’étymologie courante, est un lien (religat religio) – qui permet à des ensembles disparates de communautés et de nations de partager une foi commune. En fin de compte, chrétiens et juifs coopèrent aujourd’hui d’un même cœur à la propagation de la foi holocaustique. On voit même bon nombre d’agnostiques ou d’athées se ranger avec éclat sous la bannière de « l’Holocauste ». « Auschwitz » réalise l’union de tous.
C’est que cette nouvelle religion, née à l’âge où la société de consommation a pris son essor, en porte la marque. Elle en a la vigueur, l’habileté, l’inventivité. Elle exploite toutes les ressources du marketing et de la communication. Les infamies du Shoah Business ne sont que les effets secondaires d’une religion qui n’est elle-même, intrinsèquement, qu’une pure fabrication. A partir de bribes d’une réalité historique, somme toute banale en temps de guerre, comme l’internement d’une bonne partie des juifs européens dans des ghettos ou dans des camps, ses promoteurs ont bâti une gigantesque imposture historique : celle, à la fois, de la prétendue extermination des juifs d’Europe, des prétendus camps dotés de chambres à gaz homicides et, enfin, des prétendues six millions de victimes juives.
Une religion qui paraît avoir trouvé la solution de la question juive
A travers les millénaires, les juifs, d’abord généralement bien reçus dans leurs pays d’accueil, ont fini par susciter un phénomène de rejet qui a conduit à leur expulsion mais, bien souvent, sortis par une porte, ils sont ensuite rentrés par une autre porte. Dans plusieurs nations d’Europe continentale, vers la fin du XIXe siècle et au début du XXe siècle, le phénomène est apparu une nouvelle fois. « La question juive » s’est notamment posée en Russie, en Pologne, en Roumanie, en Autriche-Hongrie, en Allemagne et en France. Tout le monde, à commencer par les juifs eux-mêmes, s’est alors mis à chercher « une solution » à cette « question juive ». Pour les sionistes, longtemps en minorité parmi leurs coreligionnaires, la solution ne pouvait être que territoriale. Il convenait de trouver, avec l’accord des nations impériales, un territoire où pourraient s’installer des colons juifs. Cette colonie se situerait, par exemple, en Palestine, à Madagascar, en Ouganda, en Amérique du Sud, en Sibérie,… La Pologne et la France envisageaient la solution de Madagascar tandis que l’Union soviétique créait en Sibérie méridionale le secteur autonome juif de Birobidjan. Quant à l’Allemagne nationale-socialiste, elle allait étudier la possibilité d’une installation des juifs en Palestine mais finit par s’aviser, dès 1937, du caractère irréaliste de cette solution et du grave préjudice qui serait ainsi causé aux Palestiniens. Par la suite, le IIIe Reich a voulu créer une colonie juive dans une partie de la Pologne (le Judenreservat de Nisko, au sud de Lublin), puis, à son tour, en 1940, il a sérieusement envisagé la création d’une colonie à Madagascar (le Madagaskar Projekt). Par la suite, en proie aux nécessités d’une guerre à mener sur terre, sur mer, dans les airs et absorbé par les préoccupations de plus en plus angoissantes d’avoir à sauver les villes allemandes d’un déluge de feu, à sauvegarder la vie même de son peuple, à maintenir en activité l’économie de tout un continent si pauvre en matières premières, le Chancelier Hitler, au printemps de 1942, a fait savoir, notamment en présence du ministre du Reich et chef de la Chancellerie du Reich Hans-Heinrich Lammers, qu’il entendait « repousser à l’après-guerre la solution de la question juive ». Constituant en son sein une population nécessairement hostile à l’Allemagne en guerre, les juifs, du moins pour une grande partie d’entre eux, durent être déportés et internés. Ceux qui en étaient capables étaient astreints au travail, les autres étaient confinés dans des camps de concentration ou de transit. Jamais Hitler n’a voulu ou autorisé le massacre des juifs et ses cours martiales sont allées jusqu’à punir de la peine de mort, même en territoire soviétique, ceux qui se rendaient coupables d’excès contre les juifs. Jamais l’Etat allemand n’a envisagé autre chose, pour ce qui est des juifs, qu’ « une solution finale territoriale de la question juive » et il faut toute la malhonnêteté de nos historiens orthodoxes pour évoquer sans cesse « la solution finale de la question juive » et délibérément escamoter l’adjectif, si important, de « territoriale ». Jusqu’à la fin de la guerre, l’Allemagne n’a cessé de proposer aux Alliés occidentaux de leur livrer des juifs internés, mais à la condition que ceux-ci demeurent en Grande-Bretagne, par exemple, et n’aillent pas envahir la Palestine pour y tourmenter « le noble et vaillant peuple arabe ». Le sort des juifs d’Europe, dans la fournaise générale, n’a rien eu d’exceptionnel. Il n’aurait mérité qu’une mention dans le grand livre de l’histoire de la seconde guerre mondiale. On est donc en droit de s’étonner qu’aujourd’hui le sort des juifs passe pour avoir été l’élément essentiel de cette guerre.
Après la guerre, c’est en terre de Palestine et aux dépens des Palestiniens que les tenants de la religion de « l’Holocauste » ont trouvé – ou cru trouver – la solution finale territoriale de la question juive.
Une religion qui tâtonne dans ses méthodes de vente (la palinodie de R. Hilberg)
Je suggère aux sociologues d’entreprendre une histoire de la nouvelle religion en examinant selon quelles techniques de vente, extrêmement variées, ce « produit » a été créé, lancé et vendu au cours des années 1945-2000. Ils mesureront la distance qui sépare les procédés souvent maladroits du début et la sophistication, à la fin, des packagings de nos actuels spin doctors (experts tordus de la « com ») dans leur présentation de « l’Holocauste » désormais transformé en un produit casher de consommation forcée.
En 1961, Raul Hilberg, le premier des historiens de « l’Holocauste », « le pape » de la science exterminationniste, publia la première version de son œuvre majeure, The Destruction of the European Jews. Il y exprima doctoralement la thèse suivante : Hitler avait donné des ordres en vue du massacre organisé des juifs et tout s’expliquait à partir de ces ordres. Cette façon de présenter la marchandise allait faire fiasco. Les révisionnistes demandant à voir ces ordres, Hilberg fut contraint d’admettre que ceux-ci n’avaient jamais existé. De 1982 à 1985, sous la pression des mêmes révisionnistes demandant à voir à quoi avaient bien pu ressembler la technique des magiques chambres à gaz homicides, il fut amené à revoir sa première présentation du produit holocaustique. En 1985, dans l’édition « revue et définitive » du même ouvrage, au lieu de se montrer affirmatif et cassant avec le lecteur ou le client, il chercha à circonvenir ce dernier par toutes sortes de propos alambiqués faisant appel à son goût supposé pour les mystères de la parapsychologie et du paranormal. Il lui exposa l’histoire de la destruction des juifs d’Europe sans faire appel le moins du monde à un ordre quelconque, ni de Hitler ni d’un autre, d’exterminer les juifs. Il expliqua tout par une sorte de mystère diabolique : spontanément les bureaucrates allemands s’étaient donné le mot pour tuer les juifs jusqu’au dernier. « D’innombrables responsables au sein d’une vaste machine administrative » (countless decision makers in a far-flung bureaucratic machine) concoururent à l’entreprise exterminatrice par suite d’un « mécanisme » (mechanism) et cela sans « plan préétabli » (basic plan) (p. 53) ; ces bureaucrates « créèrent ainsi un climat qui leur permit d’écarter progressivement le modus operandi du formalisme écrit » (created an atmosphere in which the formal, written word could gradually be abandoned as a modus operandi) (p. 54) ; il y eut des « accords implicites et généralisés entre fonctionnaires aboutissant à des décisions prises sans ordres précis ni explications » (basic understandings of officials resulting in decisions not requiring orders or explanations) ; « cela avait été une affaire d’état d’esprit, de compréhension tacite, de consonance et de synchronisation » (it was a matter of spirit, of shared comprehension, of consonance and synchronization) ; « il n’y eut pas d’agence unique en charge de toute l’opération » (no one agency was charged with the whole operation) ; il n’y eut « aucun organisme central chargé de diriger et coordonner à lui seul l’ensemble du processus » (no single organization directed or coordinated the entire process) (p. 55). Bref, selon R. Hilberg, cette extermination concertée avait bien eu lieu mais sans qu’il fût possible de vraiment le démontrer avec des documents spécifiques à l’appui. Deux ans auparavant, en février 1983, lors d’une conférence donnée à l’Avery Fischer Hall de New York, il avait présenté cette thèse, étrangement fumeuse, sous la forme suivante : « Ce qui commença en 1941 fut un processus de destruction sans plan préétabli, sans organisation centralisatrice d’une quelconque agence. Il n’y eut pas de schéma directeur et il n’y eut pas de budget pour les mesures de destruction. Ces mesures furent prises étape après étape, une étape à chaque fois. Ainsi se produisit non tant la réalisation d’un plan qu’une incroyable rencontre des esprits, une consensuelle transmission de pensée réalisée par une vaste bureaucratie » (What began in 1941 was a process of destruction not planned in advance, not organized centrally by any agency. There was no blueprint and there was no budget for destructive measures. They were taken step by step, one step at a time. Thus came about not so much a plan being carried out, but an incredible meeting of minds, a consensus-mind reading by a far-flung bureaucracy). Cette vaste entreprise de destruction s’était produite, magiquement, par télépathie et par l’opération diabolique du génie bureaucratique « nazi ». On peut dire qu’avec R. Hilberg, la science historique s’est ainsi faite cabalistique ou religieuse.
Serge et Beate Klarsfeld, de leur côté, ont voulu s’engager dans cette même voie de la fausse science en faisant appel au pharmacien français Jean-Claude Pressac. Pendant plusieurs années le malheureux a cherché à vendre le produit frelaté sous une forme pseudo-scientifique mais, découvrant l’imposture, J.-C. Pressac avait, en 1995, opéré un complet retournement et admis que, tout compte fait, le dossier de « l’Holocauste » était « pourri » et tout juste bon pour « les poubelles de l’histoire » ; tels étaient ses propres mots. La nouvelle allait être tenue cachée pendant cinq ans et ne fut révélée qu’en 2000 à la fin d’un ouvrage de Valérie Igounet, autre vendeuse de Shoah et auteur d’une Histoire du négationnisme en France (Seuil, p. 652).
Une religion qui découvre enfin les techniques de vente up to date
C’est alors que sont entrés en scène les spin doctors. Le produit étant devenu suspect et les clients potentiels commençant à poser des questions, il a fallu virer cap sur cap, renoncer à défendre la marchandise avec des arguments d’apparence scientifique et adopter une démarche résolument « moderne ». Les nouveaux religionnaires ont décidé d’accorder la portion congrue à l’argumentation logique et de substituer à la recherche de fond le recours aux sentiments et à l’émotion, c’est-à-dire à l’art, au cinéma, au théâtre, au roman historique, au show, au story telling (art contemporain de trousser un récit ou de cadrer un « témoignage »), au cirque médiatique, à la scénographie de musée, aux cérémonies publiques, aux pèlerinages, à l’adoration des (fausses) reliques et des (faux) symboles (chambres à gaz symboliques, chiffres symboliques, témoins symboliques), à l’incantation, à la musique et même au kitch, le tout accompagné des procédés de la vente forcée assortis de menaces en tous genres. Le cinéaste Steven Spielberg, spécialiste de la fiction échevelée et extraterrestre, est devenu le grand inspirateur aussi bien pour les films holocaustiques que pour le casting de 50 000 témoins. Afin de mieux vendre leur produit frelaté, nos faux historiens et vrais marchands ont obtenu d’en donner le goût dès l’école primaire, car c’est dans le plus jeune âge que se contractent les appétits qui font que, plus tard, le client n’a plus besoin d’être sollicité : il réclamera de lui-même ce qu’il a tant goûté dans son enfance, sucrerie ou poison. C’est ainsi qu’on a fini par se moquer résolument de l’histoire et que l’on s’est mis au seul service d’une certaine Mémoire, c’est-à-dire d’un fatras de ragots, de légendes, de calomnies qui procure le plaisir de se sentir juste et bon (to feel good) et d’aller en chœur chanter les vertus du pauvre juif, de maudire les « nazis » intrinsèquement pervers, d’en appeler à la vengeance et de cracher sur les tombes du vaincu. A la fin, il ne reste plus qu’à collecter un flot d’espèces sonnantes et trébuchantes et de nouveaux privilèges. Pierre Vidal-Naquet n’avait été qu’un amateur : d’abord, en 1979, il s’était montré d’emblée trop élémentaire, trop brutal dans sa promotion de « l’Holocauste ». Par exemple, prié par les révisionnistes d’expliquer comment, diable, après une opération de gazage à l’acide cyanhydrique (composant actif de l’insecticide « Zyklon B »), une équipe de juifs (Sonderkommando) pouvaient impunément pénétrer dans un local encore plein de ce redoutable gaz pour y manipuler et extraire jusqu’à des milliers de cadavres pénétrés de poison, il avait, avec 33 autres universitaires, répondu qu’il n’avait pas à fournir d’explication. Spielberg, lui, plus habile homme, donnera à voir dans un film de fiction une « chambre à gaz » où, pour une fois, « par miracle », les pommes de douches déverseront… de l’eau et non du gaz. Par la suite, en son temps, P. Vidal-Naquet avait, bien maladroitement, tenté de répondre aux révisionnistes sur le plan scientifique et s’était ridiculisé. Claude Lanzmann, de son côté, dans son film Shoah, avait cherché à produire des témoignages ou des aveux mais il était apparu lourd, malhabile et fort peu convaincant ; au moins avait-il compris que le principal était de « faire du cinéma » et d’occuper la place. Aujourd’hui, plus aucun « historien » de « l’Holocauste » ne se mêle d’aller prouver la réalité de « l’Holocauste » et de ses magiques chambres à gaz. Ils agissent tous comme Saul Friedländer dans son dernier ouvrage (L’Allemagne nazie et les juifs / Les années d’extermination, Seuil, 2008) : ils donnent à entendre que tout cela a réellement existé. Avec eux, l’histoire se fait axiomatique encore que leurs axiomes ne soient pas même formulés. Ces nouveaux historiens procèdent avec un tel aplomb que, médusé, le lecteur ne se rend guère compte du tour de passe-passe qu’on lui joue : ces bonimenteurs commentent à perte de souffle un événement dont ils n’ont pas, pour commencer, établi la réalité. Et c’est ainsi que le client, croyant acheter une marchandise, achète en réalité le boniment de celui qui lui a fait l’article. Aujourd’hui, le champion du monde en esbroufe holocaustique est un shabbat goy, le Père Patrick Desbois, qui est un sacré farceur, dont les diverses productions consacrées à « la Shoah par balles », notamment en Ukraine, paraissent atteindre les cimes du battage publicitaire judéo-chrétien.
Une success story des grandes puissances
En véritable success story dans l’art de la vente, l’entreprise holocaustique s’est acquis le statut d’un lobby international. Ce lobby s’est confondu avec le lobby juif américain (dont l’organisation phare est l’AIPAC) qui, lui-même, défend, bec et ongles, l’intérêt de l’Etat d’Israël, dont « l’Holocauste » est l’épée et le bouclier. Les nations les plus puissantes du globe ne peuvent se permettre de contrarier un tel réseau de groupes de pression qui, sous un vernis religieux, a d’abord été commercial pour devenir ensuite militaro-commercial et pousser à toujours plus d’aventures militaires. Il s’ensuit que d’autres nations, dites émergentes, ont intérêt, si elles veulent entrer dans les grâces de plus fort qu’elles, à se plier aux désirs de ce dernier. Sans nécessairement professer leur foi en « l’Holocauste », elles contribueront, s’il le faut, à la propagation de « l’Holocauste » ainsi qu’à la répression de ceux qui en contestent la réalité. Les Chinois, par exemple, qui n’ont pourtant que faire de pareille billevesée, se tiennent à l’écart de toute remise en cause du concept d’« Holocauste juif » ; cela leur permet de se présenter en « juifs » des Japonais pendant la dernière guerre et de faire valoir qu’ils ont, eux aussi, été les victimes d’un génocide, lequel, comme pour les juifs, ouvrira, pensent-ils, la voie à des réparations financières et à des profits politiques.
Une religion particulièrement mortelle
L’ennui pour la religion de « l’Holocauste » réside dans le fait qu’elle est trop séculière. On songe ici à la Papauté, qui, aux siècles passés, a puisé sa force politique et militaire dans un pouvoir temporel, lequel a, pour solde de tout compte, fini par causer son déclin. La nouvelle religion a partie liée avec, à la fois, l’Etat d’Israël, les Etats-Unis, l’Union européenne, l’Otan, la Russie, les grandes banques (qu’elle fait plier quand, à l’exemple des banques suisses, elles renâclent), avec l’affairisme international et avec les lobbies des marchands d’armes. A ce compte, qui peut lui garantir une véritable assise dans l’avenir ? Elle s’est fragilisée en cautionnant, de fait, la politique de nations ou de groupes aux appétits démesurés, dont l’esprit de croisade mondiale, comme on le constate notamment au Proche et au Moyen-Orient, est devenue aventuriste.
Il est arrivé que des religions disparaissent avec les empires où elles régnaient. C’est que les religions, comme les civilisations, sont mortelles. Celle de « l’Holocauste » est doublement mortelle : elle incite à la croisade guerrière et elle court à sa mort. Elle y courra même si, en dernier ressort, l’Etat juif vient à disparaître de la terre de Palestine. Les juifs qui se disperseront alors dans le reste du monde n’auront plus pour ultime ressource que de crier au « Second Holocauste ».
NB : A consulter : Robert Faurisson, « La ‘Mémoire juive’ contre l’Histoire ou l’aversion juive pour toute recherche approfondie sur la Shoah » ainsi que « Le prétendu ‘Holocauste’ des juifs se révèle de plus en plus dangereux », Etudes révisionnistes, vol. 5 (595 p.), p. 61-71, 86-90, Ed. Akribeia, 45/3, Route de Vourles, 69230 ST-GENIS-LAVAL, 35 euros.
7 août 2008

Friday, November 30, 2007

Father Patrick Desbois is one hell of a prankster


The myth of the Nazi gas chambers was in such a bad way that a substitute or simulation had to be found. The “mass graves in the Ukraine” will do the trick for the time being, at least on the media level. But these alleged “mass graves” have not been dug open and never will be! Our hoaxers will have to be taken at their word. And so we’re being given the gas chamber deal all over again: no evidence and nothing but hair-raising tales in the style of Filip Müller or Shlomo Venezia.
The people claiming to have discovered the “mass graves” have not, in reality, carried out any excavations, hence no inventory of remains, no verification, forensic studies or physical or material certifications of the standard, compulsory kind made in the inquest following the discovery, anywhere, of even a single corpse or skeleton. No police or justice official has been to any of the sites to do any examination whatsoever. Credence will have to be lent to the statements of representatives of two Jewish associations who presume to tell us that if those procedures, albeit normal and routine ones, haven’t been followed, it’s because the Jewish religion forbids such “desecration” of Jewish bodies!
These associations have merely gone about gathering “testimonies” which, afterwards, they’ve sorted through in line with criteria not revealed to the trusting public, but which are known to all the specialists of the “comm.-biz” and “story-telling” (the art of “getting up a good story” as, for example, when the neo-cons want to launch a war). Ukrainian villagers, mustered for the occasion, are filmed giving their accounts from which, subsequently, only choice bits will be picked in order to obtain tidy, well-formatted narratives (good stories to tell), neat disposal being made of any contradictions or precise points that might be checked on and thus, possibly, refuted. In the spectacle of this “witness parade” the viewer-voyeur will not learn anything real but will be bathed in the emotion, the anger, the whining and the horror of vaudeville-hall monstrosities and Dracula stories: a real Jacuzzi of comfort. He’ll enjoy the gentle warmth of a mixture of hatred and goodness, deftly blended. He’ll hate those Nazi “bastards” capable of senseless exploits of evil and, simultaneously, he’ll feel suffused with a particular goodness, the goodness felt in feeling oneself to be good, not all alone off to one side, where your goodness is liable to go unnoticed, but good together with others, lots of others, amidst a community whose members all admire each other and pat themselves on the back for being so good and compassion-laden. From his emotion Jacuzzi, the viewer-voyeur will gaze at the TV screen and find the usual fare, what his psyche has grown accustomed to. He won’t want any other. Above all, the menu of the Shoah soap opera mustn’t vary. Always the same camera shots, the same colours, the same hackneyed expressions and the same refrains of the propaganda of war and hatred. A drug! People want it and ask for more. Take care not to disappoint the customers! They’ve become addicted. The dose is going to need strengthening: we’ve got to out-match Claude Lanzmann.
But, coming back to those alleged “mass graves”, how is the value of testimony to be assessed if the material reality of the facts hasn’t been established beforehand? How will it be determined whether, at such or such place, so much as a single corpse lies buried? How will the number of victims be set? How can it be affirmed that they were Jews? And Jews killed by the Germans? The mere fact that, apparently, spent German cartridges are to be found in the vicinity of the supposed location of a supposed mass grave proves nothing. Who’s going to prove to us that those cartridges were found at that spot? And isn’t the land of Russia and the Ukraine littered all over with used bullets from the German, Soviet and other armies’ weapons? Actually, it has been proved by real investigations, diggings and forensic studies that the 4,410 Polish officers duly ascertained to have been executed, with a bullet to the back of the head, by the Soviets in Katyn forest in 1940 were all killed with bullets supplied by the German war industry to the Soviet Union within the framework of the Germano-Soviet pact. Have there not, these last few years in Russia and the Ukraine, been uncovered a number of common graves which, after scientific examination, all prove to contain victims of the Tcheka, the NKVD and the NKGB, except for a few containing the remains of men of Napoleon’s army, the study of which, nearly two centuries after their burial, has established that they died of typhus?
Some months ago, in a long private interview, Professor Robert Faurisson had the occasion to bring up the myth which, today more than ever, can be seen developing round the Einsatzgruppen, Babi Yar and the “Holocaust by bullets in the Ukraine”, thanks in particular to Father Patrick Desbois, that friend of Elie Wiesel, of the late Cardinal Lustiger and of Mgr Vingt-Trois. Below is a passage from that interview where, after clarifying a few things about the Einsatzgruppen and Babi Yar, the professor went on to speak about Patrick Desbois.
These days, in the Ukraine, there’s a Roman Catholic priest who’s been getting a lot of attention, father Patrick Desbois, a Frenchman and great friend of the Jews. His speciality consists in travelling the length and breadth of the land in search of “mass Jewish graves”. He has the good Ukrainian peasants of a given area informed that he’ll soon be calling at such or such locale and that he intends to garner testimonies about the slaughters of Jews by the Germans during the war. It’s wholly in the inhabitants’ interest to be able to boast that the environs actually possess such mass graves over which, afterwards, may be erected monuments that may in turn attract the odd foreign tourist. The “witnesses” get together and prepare a story. The priest then pays his visit and has his photograph taken with the country-folk as they point towards some spot or other. One may, to begin with, be astonished at the age of certain witnesses photographed thus far: they are quite plainly below the necessary age, which would normally be about 80. But there’s something more astonishing still: these supposed mass graves will not be dug open; no disinterment or any material verification will be carried out, all under the admirable pretence that the Jewish religion prohibits the touching of Jewish corpses; however, it’s enough to look in the Encyclopedia Judaica (1978) at the entry “Autopsies [plural] and Dissection [singular]” to see that there is no such prohibition at all. Only at a single location, Busk outside Lvov, have fifteen common graves been dug open, but none of the skeletons found there were examined and the sites were all covered over with a thick layer of concrete, meaning no authentication will be very possible in future! A curious way of respecting a body in accordance with Jewish law! The historian will thus have to be satisfied with what father Desbois, a clever man, tells us the witnesses told him. Hence, unverified numbers of unfound and unshown victims will be added up and, at the end, we shall be told that the Ukraine contains so many mass graves with so many Jewish victims. And all this under the seal of the respective representatives of the Roman Catholic Church, the “Yahad-in-Unum” association and “Zaka”, a group presenting itself as “dedicated individuals determined […] to accord the proper respect for the dead in accordance with Jewish law, heritage and tradition”. As at Auschwitz, tourism will stand some chance of thriving.
We’ve been told that Professor Faurisson himself has visited the exhibition at the Mémorial de la Shoah in Paris on the “Mass shootings of Jews in Ukraine 1941-1944 / The Holocaust by bullets”, and that he caused some anxiety by asking a woman in charge the simplest of questions: “How is it known that there are mass Jewish graves there?” He was unable to get any answer. Perhaps the question can be put to Father Desbois, who’s now busy giving courses at the Sorbonne on his “mass graves”. Holocaust here, Holocaust there! Decidedly, “There’s no business like Shoah business”. Father Patrick is one hell of a prankster!
November 30, 2007