(Graphos, Genova,
2000, 124 pp., traduzione di Cesare Saletta dello studio di Robert Faurisson
“Le Journal d’Anne Frank est-il
authentique?” pubblicato in Serge Thion, Vérité historique ou vérité politique?,
La Vieille Taupe, Parigi, pp. 213-300)
Cesare Saletta, a cui sono debitore per la traduzione che
il lettore troverà qui di seguito, è uno spirito distinto. Lo ringrazio per il
suo lavoro ed è molto volentieri che vengo incontro al desiderio, manifestatomi
dal curatore e dall’editore della versione italiana di questo studio, che al
lettore venga fornito qualche chiarimento a proposito della sorte che è stata
riservata alla mia analisi del preteso diario di Anna Frank. Questa analisi è
stata, lo ricordo, redatta nel 1978; è stata, a quel tempo, trasmessa, in
traduzione tedesca, ad un tribunale di Amburgo ed è stata pubblicata, due anni
più tardi, in un’opera di Serge Thion.
Nel 1980, Pierre
Vidal-Naquet: “un testo trafficato”
Nel 1980 Pierre Vidal-Naquet, per il quale io non sono
altro che un “assassino della memoria” (si intenda: della memoria ebraica), assicurava
però:
Accade d’altronde a Faurisson di avere ragione. Ho detto pubblicamente e
ripeto qui che, quando egli mostra che il diario di Anna Frank è un testo
trafficato, forse non ha ragione in tutti i dettagli, [ma] ha sicuramente
ragione nell’insieme, e una perizia del tribunale di Amburgo ha appena mostrato
che in effetti questo testo era stato per lo meno rimaneggiato dopo la guerra,
perché erano state utilizzate delle penne a sfera, che hanno fatto la loro
apparizione solo nel 1951. Questo è netto, chiaro e preciso.
Nel 1986, un’edizione
critica: I Diari di Anna Frank
(R.I.O.D.)
Nel 1986 veniva pubblicato ad Amsterdam, sotto l’egida
del R.I.O.D. (Rijksinstituut voor Oorlogsdocumentatie, Istituto olandese per la
documentazione di guerra), un grosso tomo a pretese scientifiche (la fascetta
recitava: edizione integrale delle tre edizioni del diario). Vi si concludeva
all’autenticità non più del “diario”, bensì – o sorpresa di questo plurale! –
dei “diari” di Anna Frank. Non senza mille cautele di linguaggio vi si accusava
il padre di aver proceduto a manipolazioni dei testi originali e di aver
mentito. A proposito delle “correzioni” e dei “tagli”, le une e gli altri
arbitrari, imputati a quest’ultimo, vi si scriveva esplicitamente:
Tutto ciò può sembrare spiegabile e comprensibile da
parte di un uomo che non cercava altro che di far pubblicare, in modo
appropriato ai suoi occhi, l’essenziale (das
Wesentlich) dell’opera postuma, del documento umano lasciato da sua figlia.
Si è tuttavia costretti a riconoscere che la frase inserita nell’epilogo sotto
la responsabilità di Otto Frank: “Salvo
alcuni passi che non presentano interesse alcuno per il pubblico, il testo
originale è pubblicato integralmente” è come minimo una forte litote. –
Fino alla sua morte, Otto Frank ha persistito in questa convinzione: “l’essenziale”
era stato pubblicato, – punto e basta. Nessuna
argomentazione ha mai potuto indurlo a modificare la sua posizione. – Sul filo
degli anni, l’importanza del diario non ha smesso di crescere e, nello spirito
di milioni di persone, il suo carattere di opera letteraria si è a poco a poco
cancellato dinnanzi al suo valore storico di documento personale; ora, nello
stesso periodo, Otto Frank, tenendo fermo al suo punto di vista iniziale, si è
messo da solo in una posizione difficile per far fronte agli attacchi cui il
testo era fatto segno.
Mi si rendeva, dunque, l’onore delle armi su di un punto
fondamentale: avevo avuto ragione di incriminare Frank padre e di porre in
discussione la sua ostinazione nel nasconderci la verità sulle sue
manipolazioni. Ma su di un altro punto, essenziale, mi si dava torto col
pretendere che comunque era esistita tutta una serie di diari di Anna Frank,
tutti autentici.
Ero quindi in diritto di attendere, insieme, una
confutazione dei miei argomenti su questo punto e una dimostrazione dell’autenticità
di questi diari. Ebbene, non ho trovato nulla del genere in questa edizione
pretesamente scientifica del R.I.O.D.
Operazione “polvere negli
occhi”
Questa edizione “dotta” presenta i caratteri di un’operazione
con la quale si cerca di adescare attraverso lo sfoggio della propria scienza
su un punto particolare. Infatti, l’essenziale della dimostrazione consiste
soltanto in un’analisi delle grafie. Con gran rincalzo di fotografie o di
prospetti sinottici si insiste sulle rassomiglianze delle grafie, ma ci si
mostra molto discreti sulle dissomiglianze, che, perfino per un profano, sono
così flagranti.
Punto capitale: non ci vengono mostrati e non vengono
studiati i due campioni di scrittura da me riprodotti nel mio lavoro (vedasi la
p. 297 del libro di Thion). Voglio parlare di due campioni straordinariamente
divergenti: la grafia corsiva “adulta” datata 12 giugno 1942 e la grafia “stampata”
[script] infantile datata quattro
mesi dopo, 10 ottobre 1942; già da sole, le due firme “Anna Frank” sono
straordinariamente differenti. Era su questo punto che bisognava rispondermi
perché stava lì il nocciolo del problema.
Non ci viene fornito nessun campione di grafia di Isa
Cauvern, sulla collaborazione della quale avevo manifestato dei sospetti.
Neanche per un istante si parla del manoscritto dei Racconti, che mi aveva
colpito per il fatto di essere steso in una grafia da vecchio contabile
ordinatissimo. Perché mai si sono messi a disposizione degli esperti tutti i
manoscritti attribuiti alla ragazzina, ma non quello? Ma, soprattutto, i responsabili
di questa edizione “dotta”, insistendo tanto sullo studio delle grafie, si
sono, con questo mezzo, sottratti a quello che avrebbe dovuto essere il loro
compito essenziale: l’esame del contenuto del testo propriamente detto. Essi avrebbero
dovuto, in tutta priorità, fornirci la prova del fatto che, all’opposto di ciò
che avevo detto, il racconto poteva effettivamente riflettere una realtà fisica
o materiale. Inoltre avrebbero dovuto mostrare che questo racconto, in tutte le
forme sotto le quali lo conosciamo, rimane coerente e comprensibile, il che è
lungi dall’essere. Ebbene, niente di tutto ciò. Al principio dell’opera si
tenta, sì, di misurarsi con le impossibilità fisiche o materiali che avevo segnalate,
ma il tentativo finisce subito. Non si accenna ad una replica se non su un
punto: quello dei rumori, a volte tonitruanti, fatti da otto persone per più di
due anni, in uno spazio ridotto ritenuto disabitato; anche di notte, quando “i
nemici” sono assenti, non bisogna fare il minimo rumore e, se si ha la tosse,
si prende della codeina. Eppure, nel granaio, in pieno giorno, accade a Peter
di spaccare della legna davanti alla finestra aperta! Si fa la caricatura del
mio argomento a questo riguardo e si osa rispondermi, contro l’evidenza del
testo, che “i nemici” non erano là, in quel preciso momento, a sentire (pp.
117-118). Tutti gli altri miei argomenti sono passati sotto silenzio. Per parte
sua, nel 1977, quando lo avevo messo in imbarazzo con le mie domande bassamente
materiali, Frank padre non aveva trovato di meglio per rispondermi che questo:
Signor Faurisson, voi avete teoricamente e scientificamente ragione. Vi
approvo al 100 per 100 [...] Quello che mi segnalate era, in effetti,
impossibile. Ma, in pratica, è pur sempre così che le cose si sono svolte (Paragrafo 38).
Al che avevo risposto che, se lui voleva convenire con me
che una porta non può essere, nello stesso tempo, aperta e chiusa, ne seguiva
che egli non poteva, nella pratica, aver visto una porta che invece lo poteva.
Ora, se mi posso esprimere così, le porte aperte e chiuse nello stesso tempo,
cioè le impossibilità fisiche o materiali, erano già innumerevoli nel diario di
Anna Frank quale lo conoscevamo a quell’epoca. Che dire della probabile
moltiplicazione di queste impossibilità ne “i diari”?
Un truffatore bancario?
C’è nondimeno un passo di questa edizione “dotta” che non
potrei mai raccomandare abbastanza all’attenzione dei lettori. È quello in cui
ci viene rivelato il passato, piuttosto scabroso, prima della guerra, di Otto
Frank e di suo fratello Herbert. Giocando d’anticipo su una possibile inchiesta
revisionista sull’argomento, ci si informa del fatto che nel 1923 Otto Frank
aveva fondato a Francoforte una banca all’insegna di “Frank e figli”. I tre
principali responsabili di questa banca erano Herbert e Otto Frank e –
dettaglio che ha la sua importanza per la storia del diario di Anna Frank –
Johannes Kleiman. Quest’ultimo figurerà nel libro con il nome di Koophuis e,
dopo la guerra, agirà da delatore di collaborazionisti per conto del “Servizio
[olandese] di ricerca dei delitti politici” (R.I.O.D., pp. 43-44), da non
confondere con l’“Associazione di sorveglianza dei delinquenti politici” (ibid., p. 48). Fin da prima dell’arrivo
di Hitler al potere detta banca si trovò implicata in operazioni sospette. Ebbe
luogo un processo, al quale Herbert, il principale responsabile, preferì non
comparire. Prese la fuga e trovò rifugio in Francia. Quanto ad Otto Frank, i
responsabili del R.I.O.D. non ci dicono ancora con chiarezza che cosa gli
accadde. Ci si accontenta di informarci che le carte del caso giudiziario sono
sparite e che questa sparizione è “assolutamente spiacevole” (p. 14). Questo
giudizio conferisce un che di sospetto alla sparizione. In ogni caso, se egli
nel 1933 fuggì nei Paesi Bassi, fu forse per sottrarsi alla giustizia tedesca.
Prima di prodursi in una certa forma di frode letteraria,
Frank padre si è lasciato andare alla frode bancaria? Durante la guerra, grazie
a vari sotterfugi e grazie al sostegno dei suoi tre principali collaboratori,
tutti ariani, aveva avuto la soddisfazione di vedere le sue due società far del
denaro, anche, tra l’altro, con una filiale della Dresdner Bank ad Amsterdam.
Si può affermare che, anche durante la sua degenza all’ospedale di Auschwitz, i
suoi affari proseguivano, ad Amsterdam, grazie al suo collaboratore Jan Gies
(pp. 26-27). Dopo la guerra, di ritorno ad Amsterdam, il nostro uomo ebbe grane
con la giustizia olandese, molto sensibile alla questione della collaborazione
economica con la Germania durante l’occupazione. Ma, così ci viene detto, si
trovò un “accomodamento” (pp. 70-71).
Delle prove senza valore e
dei testimoni sospetti?
Gli autori del R.I.O.D. si mostrano crudeli con le prove
ed i testimoni di cui si faceva forte Frank padre.
Tanto per cominciare, giudicano che le tre perizie su cui
volentieri si basava Frank padre per affermare l’autenticità del diario di Anna
Frank sono destituite di valore (pp. 110-112). Ricordiamo che queste perizie,
di cui io stesso avevo dimostrato l’inanità, avevano però ricevuto, negli anni
’60, l’avallo di giudici tedeschi, che avevano così potuto condannare delle
persone che, prima di me, avevano messo in dubbio questa pretesa autenticità.
Sempre per gli autori del R.I.O.D., il libro di Ernst Schnabel, Spur eines Kindes, di cui Frank padre mi
aveva caldamente raccomandata la lettura e che serviva anche alla difesa della
sua tesi, si attira il giudizio seguente:
Nel suo libro abbiamo constatato diverse inesattezze e siamo condotti ad
emettere delle riserve per ogni informazione ricavata da esso (p. 31, nota 4).
Quanto alla testimone numero uno di Frank padre, la
troppo famosa Miep Gies, è poco dire che, su certi punti essenziali della sua testimonianza,
essa non ispira grande fiducia agli autori del R.I.O.D.; lo stesso vale per Kugler
(pp. 49-59).
Il fiasco del R.I.O.D.
In definitiva, il libro è terribile per Otto Frank così
come per i suoi esperti, i suoi garanti e i suoi amici. Manifestamente, la
causa di Frank padre è stata giudicata indifendibile. Ma, segando i rami secchi
per tentare di preservare l’albero, vale a dire sacrificando la reputazione di
Frank padre per salvare quella del preteso diario di sua figlia, gli epuratori
del R.I.O.D. si sono ritrovati di fronte a una sorta di nulla. Non ne emerge se
non una contestabile “analisi delle grafie”, tanto più derisoria, d’altronde,
in quanto, qualche anno dopo la pubblicazione del loro libro nel 1986, altri
campioni della grafia della bambina sono apparsi sul mercato delle aste di
lettere e cartoline. Questi campioni, che mi paiono autentici, hanno reso caduche
le laboriose analisi delle grafie contenute nell’opera del R.I.O.D. In ogni
caso, adesso il lavoro degli esperti è da rivedere da cima a fondo.
Aggiungiamo infine che il grosso volume non contiene
nessuna planimetria della casa in cui, per più di due anni, sarebbero vissuti gli
otto clandestini. Le precedenti edizioni del diario possedevano questa
planimetria, che io avevo commentata e anche messa a confronto con lo stato dei
luoghi. Ne avevo tratto argomento per provare il carattere fittizio di tutt’intero
il racconto. Gli autori dell’edizione “dotta” hanno preferito astenersi. È una
confessione ed è una fuga di più.
Insomma, con tutto il suo sfoggio di scienza, l’edizione
del R.I.O.D. è un fiasco.
Nel
1991, una “nuova edizione corrente”
(Mirjam
Pressler)
A seguito della pubblicazione di questa edizione “dotta”
bisognava produrre ad uso del grande pubblico un’edizione “corrente” allo scopo
di rimpiazzare quella che Frank padre aveva pubblicata nel 1947. Diventava,
infatti, necessario riparare i guasti causati dagli arbitrî del padre e
denunciati dal R.I.O.D. Fu incaricata della bisogna una tale Mirjam Pressler e,
nel 1991, apparve in olandese un’edizione riveduta (herziene) e accresciuta (vermeerderde),
presentata come fondamentalmente conforme a ciò che Anna Frank aveva scritto. L’edizione
era qualificata “definitiva”. Nel ’92 apparve come tascabile la traduzione
francese, presentata, essa pure, come “definitiva”.
Una anomalia, per non dire un inganno a proposito della
merce, appare fin dal frontespizio, dove si ha l’audacia di scrivere: “Testo fissato
da Otto Frank e Mirjam Pressler”. Morto nel 1980, Frank padre non poteva aver
collaborato con la Pressler ad un’opera che, per sovrappiù, era per lui come un
affronto postumo. Mai, suppongo, un tascabile si è trovato appesantito da
altrettante spiegazioni confuse nel frontespizio, nella pagina di
presentazione, nelle pagine della prefazione, nelle pagine della “nota sulla
presente edizione” e, infine, nella postfazione. C’è di che perdervi il filo. L’imbarazzo
si tocca con mano. Non si sa, palesemente, come spiegare al lettore che questo
nuovo diario di Anna Frank è, questa volta e per sempre, l’autentico diario di
Anna Frank.
Cosa anche più grave, non ci viene rivelato chi sia questa
Mirjam Pressler, “scrittrice e traduttrice tedesca”, e quale metodo essa abbia
potuto seguire per fissare questo testo partendo dai tre testi dell’edizione “dotta”.
Come ha effettuato la sua scelta? Per quali ragioni ha conservato questo
frammento e respinto quest’altro? Domande che restano senza risposta.
Non sono il solo a notare siffatte anomalie. Anche tra i
fans della figura mitica di Anna Frank succede che si denunci in termini vibranti
questa strana edizione Pressler. In Prospect Nicolas Walter dedicava tre
colonne a questa edizione, nella sua versione inglese, sotto il titolo a doppio
senso: “Not completely Frank”. Egli osservava che il genere di amalgama
praticato fra le tre versioni (la vecchia e le due nuove) ha “come risultato
che ogni sorta di deformazioni e di discrepanze sussistano” (“with the result that all sorts of distortions
and discrepancies remain”). E aggiunge:
[Questa quarta versione] è presentata come “fondamentalmente... ciò che
Anna Frank aveva scritto”, il che non è vero, ed è descritta come un’“edizione
definitiva”, il che è sciocco.
Scrive pure che questa versione “corrente” è, certo, più
lunga di un terzo della vecchia versione “corrente”, ma fa questa osservazione:
Essa rimane nondimeno un assemblaggio
eteroclito delle [due prime versioni dell’edizione “dotta”] ed è costellata di
errori e di omissioni; molti passi non sono al loro posto e parecchi passi mancano.
Conclude che dopo mezzo secolo si è disgraziatamente
ancora in attesa di un’edizione soddisfacente del diario di Anna Frank.
La postfazione di Isabelle
Rosselin-Bobulesco
Nella versione francese del 1992 la nuova edizione “corrente”
comprende una postfazione firmata Isabelle Rosselin-Bobulesco. È evidente che
vi si difende la tesi secondo cui l’edizione “dotta” avrebbe messo il punto
finale alla controversia sull’autenticità del diario di Anna Frank, il che,
come si vede, rappresenta un pio desiderio. Raccomanderei, tuttavia, la lettura
della parte dedicata a “L’authenticité du
Journal” e in specie delle pagine 348-349, dove la mia posizione viene
quasi onestamente delineata e dove vengono gravemente evocate le ragioni per le
quali c’era motivo di dubitare di questa autenticità a causa del comportamento
di Frank padre. Deploro soltanto che, almeno nel brano che riproduco, queste
ragioni siano presentate come se si fosse trattato di evidenze sulle quali
tutti erano d’accordo. In realtà, nell’essenziale, è la mia analisi del 1978 ad
avere messo in luce tutto ciò che si leggerà e tutto ciò che a quell’epoca mi
aveva procurato attacchi dei quali, dunque, oggi si può constatare il carattere
diffamatorio. Qui lascio la parola alla Rosselin-Bobulesco, dando rilievo ad
alcune delle sue parole:
Alla sua morte, Otto Frank lasciò l’insieme degli
scritti di Anna all’Istituto nazionale olandese per la documentazione di
guerra, il R.I.O.D. Di fronte agli attacchi che mettevano in discussione l’autenticità
del diario, il R.I.O.D. giudicò che, dato l’aspetto quasi simbolico del Diario e il suo interesse storico,
diventava indispensabile dissipare i dubbi. Si sa che le imprecisioni non mancavano. Il diario era scritto su più
taccuini e su dei fogli volanti. Anna Frank aveva lei stessa redatto due
versioni. C’erano state parecchie battiture
a macchina che non seguivano integralmente il testo originale. Delle modifiche,
delle aggiunte o delle soppressioni erano state effettuate dal padre. D’altra
parte, erano state introdotte correzioni da persone cui Otto Frank aveva
domandato di rileggere il diario, dato che temeva di non padroneggiare l’olandese
abbastanza per reperire gli errori di ortografia e di grammatica di sua figlia.
Inoltre, l’editore olandese aveva anche lui modificato
il testo togliendo certi passi di carattere sessuale giudicati a quell’epoca
troppo scioccanti, quelli, ad esempio, in cui Anna parlava delle sue
mestruazioni. Quanto alle differenti
traduzioni, esse presentavano delle disparità. Nella traduzione tedesca
apparivano delle inesattezze, certi
passi erano stati soppressi allo
scopo di non offendere il lettore tedesco. La traduzione era stata fatta a
partire da un testo battuto a macchina
che non era il testo definitivo che era servito di base per [il libro
originale in olandese]. Nella traduzione americana, certi passi tolti nell’edizione olandese erano
stati, al contrario, reinseriti.
Parecchie perizie del testo manoscritto avevano avuto luogo, parecchi processi
erano stati intentati, in risposta agli attacchi contro il diario. Un quadro chiaro della situazione non era
mai venuto fuori, anche se l’esito delle procedure giudiziarie e delle
investigazioni dava ragione a Otto Frank.
La Rosselin-Bobulesco ha un bel minimizzare la realtà dei
fatti e un bel presentarci la faccenda sotto i colori scelti da lei, basta
questo solo passo a stabilire che io avevo perfettamente ragione di non credere
né al testo del preteso diario di Anna Frank, né alla risposta di Frank padre
alle mie domande.
La mia condanna, il 9
dicembre 1998, ad Amsterdam
Eppure, il 9 dicembre ’98, un tribunale di Amsterdam
trovava la maniera di condannarmi per la mia analisi del diario di Anna Frank. Quell’analisi,
io l’avevo redatta vent’anni prima ad uso di un tribunale tedesco e, a partire
dal 1980, era stata pubblicata in Francia e in un certo numero di paesi esteri
senza per questo procurarmi dei processi.
Ma, nei Paesi Bassi, se si porta una mano empia sull’icona
di santa Anna Frank, non va affatto bene.
Il temerario Siegfried Verbeke aveva tradotto in
fiammingo il mio studio del ’78 e l’aveva pubblicato nel ’91 in un opuscolo dal
titolo Il “Diario” di Anna Frank: un
approccio critico (Het “Dagboek” van Anne Frank: een kritische
benadering). Per parte sua, Verbeke aveva fatto precedere il mio testo da
una presentazione che era, sì, di carattere revisionistico, ma di tono del
tutto moderato. A lui e a me intentavano causa due associazioni: ad Amsterdam
la Fondazione Anna Frank e a Basilea il Fondo Anna Frank. Queste due associazioni
sono note per la guerra senza esclusione di colpi che combattono tra loro
intorno al cadavere di Anna Frank e alle spoglie di Frank padre, ma là, davanti
ad un pericolo per interessi finanziari identici, avevano deciso di fare fronte
comune. Bisogna dire che intorno al nome di Anna Frank si è sviluppato un
enorme business, una vera e propria “industria”, come la chiama Nicolas Walter.
I querelanti facevano specialmente valere che l’opera
comportava per le loro associazioni una “pubblicità negativa” e fastidiose conseguenze
finanziarie. Ad esempio, la Fondazione Anna Frank rivelava di dover spendere
tempo e denaro per lottare contro l’effetto nocivo dell’opuscolo. Da
informazioni attinte sembra, infatti, che il personale della Casa Anna Frank
riceva una sorta di formazione speciale al fine di meglio rispondere alle
domande o agli argomenti di certi visitatori segnati dalla lettura di Verbeke e
di Faurisson. La Fondazione aggiungeva:
Inoltre, le affermazione dell’opuscolo possono
alla lunga diminuire il numero di visitatori della Casa Anna Frank con, per la
Casa Anna Frank, la conseguenza di ritrovarsi in ristrettezze.
Nella sentenza di condanna il tribunale non mancava di
far proprie le considerazioni dei querelanti su “la funzione simbolica che si è
acquisita Anna Frank” e sull’indole decisamente perversa dei revisionisti
Verbeke e Faurisson. Appoggiandosi sulla sola perizia grafologica domandata dal
R.I.O.D., decretava che era impossibile mettere in dubbio l’autenticità dell’opera
attribuita ad Anna Frank.
Aggiungeva:
Nei confronti delle vittime dell’Olocausto e dei loro
parenti che sopravvivono, le dichiarazioni [di
Verbeke e Faurisson] sono tali da ferire e risultare inutilmente offensive.
Inevitabilmente ne deriva che esse provocano [in questi sopravviventi] turbe psichiche o emozionali.
Avevo infranto la legge sui
diritti d’autore!
Il punto della sentenza che più suscita indignazione era
quello in cui il tribunale stimava che io avevo personalmente infranto la legge
sui diritti d’autore citando numerosi estratti del diario di Anna Frank.
Esso asseriva, senza fornirne la prova, che “le citazioni
[delle pp. 36-39 dell’opuscolo] sono
strappate in maniera insensata dal loro contesto”. Si trattava del primissimo
inizio della mia analisi, cioè dei paragrafi che avevo numerati 4-10, dove, con
una raffica di brevissime citazioni, enumeravo le molteplici impossibilità fisiche
e materiali del racconto. Da più di vent’anni sto ancora aspettando una
risposta al riguardo. Come è manifesto, né Frank padre né altri hanno mai
trovato qualcosa da replicare. Questo tribunale di Amsterdam, per parte sua, ha
scoperto, se non il modo di replicare, per lo meno il modo di parare il colpo:
a sentirlo, le mie citazioni non sono da prendere in considerazione perché
infrangono, pare, la legge sui diritti d’autore.
Nella mia lunga esperienza dei tribunali, cosi in Francia
come all’estero, ho potuto vedere nei giudici molte viltà, molti sofismi, molte
contorsioni, molte distorsioni della verità e molti artifici di tutti i generi,
ma credo che questo tribunale di Amsterdam, con la sua sentenza del 9 dicembre
’98, abbia superato i limiti della decenza rimproverandomi di avere, in un’analisi
testuale, moltiplicato le citazioni. Non una di queste citazioni era, peraltro,
staccata dal suo contesto. Al contrario, con una meticolosità di tutti gli
istanti, avevo, mi sembra, dimostrato lo scrupolo di osservare con la lente
tutte le parole del testo propriamente detto, poi di ricollocare queste stesse
parole nel loro contesto più diretto. Ma è probabile che il tribunale
intendesse la parola “contesto” nel senso elastico, che troppo spesso le viene
dato, di contesto storico, sociologico, psicologico ecc. Ben si intende che in
tal modo questa parola corrispondeva alle vedute personali e soggettive dei
giudici a proposito della storia o della psicologia di una Anna Frank che il
tribunale aveva concepito secondo la propria immaginazione, tanto da non
curarsi minimamente delle parole che, una ad una, costituivano un'opera
chiamata il diario di Anna Frank.
Una condanna con l’aiuto
della polizia e della giustizia francesi
S. Verbeke e R. Faurisson erano condannati a pagare in
solido le pesanti spese del processo e la loro pubblicazione era ormai fatta oggetto
di divieto nei Paesi Bassi sotto pena di una multa di 25.000 fiorini per ogni
esemplare che potesse essere ancora presente negli scaffali di una libreria.
Aggiungiamo, per la cronaca, che i querelanti avevano il
braccio lungo. Da Amsterdam, avevano ottenuto la visita della polizia francese al
mio domicilio di Vichy, la mia convocazione al commissariato della città e
delle visite di ufficiali giudiziari con intimazioni di mora e ingiunzioni. Il
ministro francese della giustizia (Servizio civile del reciproco aiuto
giudiziario internazionale) aveva, a spese del contribuente francese, recato la
propria collaborazione alla polizia olandese.
Un campo di ricerche per
informatici
Nel ’78 non avevo avuto l’agio di utilizzare le risorse
dell’informatica. Avevo dovuto, a prezzo di uno sforzo laborioso, studiare il
diario di Anna Frank con la penna in mano, partire alla ricerca di certe parole
a volte situate a lunga distanza le une dalle altre, “tagliare-attaccare”
adoperando forbici e colla, contare le parole sulle dita della mano. Di qui
degli errori di dettaglio che in prosieguo, in occasione di riedizioni, ho
potuto, a volte, correggere. Sono consapevole del carattere imperfetto del
risultato raggiunto finora. Per l’avvenire, mi auguro che degli informatici
riprendano la mia analisi e la rivedano su questi punti.
Per gli informatici, con i quattro volumi (in olandese,
in tedesco, in francese e in inglese) pubblicati dal R.I.O.D., si apre un
magnifico campo di ricerche. Già con le vecchie versioni in olandese, in
tedesco (due versioni tedesche!) e in francese avevo potuto dimostrare l’esistenza,
in qualche modo, di differenti Anna Frank, inconciliabili tra di loro, così
come l’esistenza di racconti contradditori. Oggi, con tante versioni
complementari, provenienti così dal R.I.O.D. come dalla Pressler, degli
informatici avrebbero la possibilità di smontare, pezzo per pezzo, meglio di quanto
abbia fatto io, la falsificazione letteraria.
Perché accade del diario di Anna Frank quello che accade
di ogni impostura: più ci si accanisce a difenderla, più si offrono, proprio
malgrado, argomenti a chi la denuncia. In altri termini: ci si avviluppa nella
menzogna. Tanto per fare un esempio caro ai revisionisti, il carattere fallace
della pretesa testimonianza di Kurt Gerstein si rivela tanto mediante l’analisi
di una sola versione di questa testimonianza quanto mediante il confronto con
altre versioni contraddittorie.
Ma dobbiamo essere pratici; e, per cominciare dall’inizio
di questo nuovo lavoro di analisi del diario di Anna Frank, suggerisco che una
equipe di informatici dotati di una buona conoscenza dell’olandese e del
tedesco intraprendano uno studio comparativo dei seguenti elementi:
A. In olandese, prima
la versione del 1947 (pubblicata da Frank padre), poi le versioni dell’86 (pubblicate
dal R.I.O.D.) e, infine, la versione del ’91 (pubblicata dalla Pressler);
B. In tedesco, le
versioni corrispondenti, rimanendo bene inteso che, come avevo scoperto nel ’78,
è esistita, dopo la versione pubblicata da Lambert Schneider nel ’50, una
versione leggermente differente, pubblicata nel ’55 da Fischer.
C. Ad uno stadio ulteriore
sarà sempre agevole procedere anche ad un’analisi delle differenti versioni in
francese e in inglese e, per chiudere in bellezza, si intraprenderà un
confronto tra la decina di Anna Frank che così faranno la loro apparizione
contando le versioni olandesi e in altre lingue.
Soltanto allora, non dispiaccia ai mercanti del tempio
che hanno abusato della sua memoria, giustizia sarà infine resa all’unica, autentica
Anna Frank, la quale non ha mai scritto quella “storia da far dormire in piedi”
che è il Diario di Anne Frank (1947-1950), ribattezzato
nell’86-89, dopo la ricostruzione e abborracciamento, Diari di Anna Frank, per
infine chiamarsi, nel ’91-92, dopo rappezzatura e intonacatura, Diario
di Anna Frank/Edizione definitiva.
Postscriptum.
Alle pp. 117-119 dell’edizione del R.I.O.D. David Barnouw
manifesta la pretesa di riassumere ciò che egli denomina la mia perizia. Lo fa
non senza far nascere l’idea che io sia un baro.
Tra tutti i miei argomenti di ordine materiale o fisico
egli non ne prende in considerazione se non uno solo, quello dei rumori intempestivi.
Poi, di tutti questi rumori, non ne prende in considerazione che tre. Secondo
lui, io, in questi tre casi, avrei nascosto che A. Frank aveva precisato che,
poiché i “nemici” non erano là, questi rumori non rischiavano di essere
sentiti. La mia risposta è che forse i “nemici” prossimi (ad esempio, i due
impiegati del magazzino) non erano là, ma che gli altri “nemici”, in numero
indefinito, potevano percepire questi rumori: quelli dell’aspirapolvere, ogni
giorno alle 12.30, così come gli “scoppi di risa interminabili” o anche “un
baccano da giorno del giudizio”. Barnouw trova la maggior difficoltà a
spiegarci questi rumori, e una quantità di altri, a volte spaventosi, in un’abitazione
in cui avrebbe dovuto regnare un silenzio di tomba. Così, per risparmiare a se
stesso ogni sforzo, ha cercato una scappatoia in considerazioni tanto vaghe
quanto oscure. Scrive infatti:
Il diario ci informa che gli abitatori dell’annesso
correvano anche loro numerosi rischi, in specie quello di essere sentiti da
altri se facevano troppo rumore. Tuttavia Faurisson non ha cercato di comprender
meglio la situazione generale di clandestinità come tale e, in questo contesto,
non si è per niente curato del fatto che la famiglia Frank e i suoi compagni
avevano finito per farsi essere arrestati (p. 117).
Qui D. Barnouw si abbandona ad un pathos che gli permette
di concludere sfrontatamente: “Tenuto conto di quanto precede, non è necessario
sottoporre ad esame critico ciascuno dei punti menzionati da Faurisson” (p.
118). Da parte mia, stimo che quest’ultima osservazione prova che i
responsabili del R.l.O.D. non hanno, per loro stessa confessione, voluto “sottoporre
ad esame critico” una parte essenziale della mia perizia, quella concernente le
impossibilità fisiche o materiali del racconto.
V’è un altro punto in cui Barnouw insinua che io sono un
disonesto. A p. 261 del libro di Serge Thion avevo detto di avere scoperto, nel
corso della mia inchiesta sulle circostanze dell’arresto degli otto clandestini
il 4 agosto del’44 ad Amsterdam, un testimone particolarmente interessante.
Scrivevo:
Questo testimone [nel 1978] ha scongiurato il mio accompagnatore e me di non rendere
pubblico il suo nome. Non manterrò la mia promessa se non a metà. L’importanza
della sua testimonianza è tale che mi appare impossibile passarlo sotto
silenzio. Il nome di questo testimone e il suo indirizzo, così come il nome del
mio accompagnatore e il suo indirizzo, sono annotati entro la busta sigillata
che figura all’allegato n. 2: “confidenziale” [da rimettere al tribunale di Amburgo].
Il Barnouw comincia col citare queste righe non senza
sopprimere la frase che rivelava il motivo della mia discrezione: il testimone
ci aveva “scongiurato” – è questa la parola – di non fare il suo nome. Poi, lo
stesso Barnouw aggiunge perfidamente:
Una foto di questa busta sigillata è riprodotta in annesso all’inchiesta di
Faurisson nella versione francese del 1980 [quella
del libro di Thion]; giudiziosamente l’editore della versione olandese ha
rinunciato a riprodurre questo corpo del reato (p. 119).
In altre parole, io mi sarei preso gioco del lettore, al
quale, con questo preteso artificio, avrei fatto credere che la mia busta
contenesse un nome, mentre in realtà non ne avrebbe contenuto nessuno.
Per il Barnouw, o questa busta non era mai esistita o era
vuota. La verità era che io avevo per davvero rimesso al tribunale di Amburgo una
busta contenente i nomi e gli indirizzi del mio testimone e del mio
accompagnatore. Oggi, a 22 anni di distanza, mi credo autorizzato a fare questi
nomi, noti al tribunale: si trattava della vedova di Karl Silberbauer e di
Ernst Wilmersdorf, entrambi abitanti a Vienna.
Colgo l’occasione di questa messa a punto per rivelare
anche i nomi dei tre docenti universitari francesi di cui a p. 299 del libro di
Thion viene detto che approvavano la mia analisi del preteso diario di Anna
Frank. Il primo altri non era che Michel Le Guern, che a quel tempo insegnava
all’università Lyon-2 e che ha pubblicato da poco un’edizione scientifica delle
Pensées
di Pascal nella prestigiosa “Bibliothèque de la Pléiade”; non si può immaginare
una più alta competenza in materia di critica testuale. Nell’ultima frase della
sua attestazione egli scriveva nel ’78:
È cosa certa che gli usi della comunicazione letteraria
autorizzano il signor Frank, o chiunque altro, a costruire tanti personaggi di fiction di Anna Frank quanti egli
voglia, ma a condizione che egli non pretenda all’identità di questi esseri di fiction con il personaggio di sua
figlia.
Altri due accademici si apprestavano a concludere nel
medesimo senso quando, d’improvviso, scoppiava nella stampa, nel novembre ’78,
l’“affaire Faurisson”. Si trattava di due professori della Sorbona – Paris IV:
Frédéric Deloffre e Jacques Rougeot.
Oggi questi tre docenti universitari sono in pensione. È
questo il motivo per il quale ho deciso di rivelare il loro nome. Non avevo, peraltro,
preso nei loro confronti impegno alcuno di discrezione.
Note
Già qui citata
al verso del frontespizio. Nell’89, ’93 e ’95 ho scritto tre testi concernenti
un’opera “dotta” in cui si è preteso smentirmi. Li si troverà nei miei Écrits
révisionnistes (1974-1998), pp. 856-859, 1551-1552, 1655-1656. Quanto
all’opera dei miei contraddittori, vedasi, infra, R.I.O.D.
Intervista con Regards, settimanale del centro comunitario ebraico di
Bruxelles, 7 novembre 1980, p. 11.
Trascrivo qui la traduzione francese
apparsa nell’89 (p. 207). Le traduzioni tedesca e inglese sono apparse
rispettivamente nell’88 e nell’89. I quattro grossi tomi, ossia l’originale
olandese e le tre traduzioni, sono in mio possesso. I confronti rivelano strane
differenze.
Nicolas
Walter, “Not completely Frank”, Prospect, agosto-settembre 1997, p.
75. Prospect
è un mensile inglese che si indirizza al mondo degli intellettuali e degli
insegnanti universitari.