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Tuesday, February 6, 1990

Révisionnistes en prison


En Suède, Ahmed Rami, directeur de Radio Islam, vient d’être condamné à six mois de prison pour cause de révisionnisme et sa station de radio a été fermée. Déjà, en 1982, le révisionniste Ditlieb Felderer avait fait six mois de prison à la suite d’une condamnation prononcée par un tribunal de Stockholm.

En Autriche, le Dr Herbert Schweiger vient d’être condamné à un an de prison, au terme d’un procès expéditif, pour avoir dit que les chambres à gaz n’ont pas existé ; il avait déjà fait trois mois de prison préventive. 

Au Canada, Ernst Zündel vient d’entrer en prison (le 5 février) pour y accomplir une peine de neuf mois d’emprisonnement. Le tribunal de Toronto lui reproche d’avoir diffusé une brochure en anglais dont le titre signifie : « En est-il vraiment mort six millions ? ». Cette brochure, écrite par un Anglais et imprimée en Angleterre depuis 1974, n’a fait dans ce pays l’objet d’aucune poursuite du fait de la justice anglaise qui, comme on le sait, est représentée par « Elisabeth Regina ». Pourtant, au Canada, c’est au nom même d’« Elisabeth Regina » qu’Ernst Zündel a été poursuivi et condamné. La salle du tribunal était décorée aux armes de la reine d’Angleterre et le procureur était appelé « The Crown » (la Couronne). Ce que la reine permet en Angleterre, elle ne le tolère pas dans son dominion du Canada.

En Espagne, il en va autrement. Tuvia Friedmann avait porté plainte contre Léon Degrelle parce que celui-ci avait mis en doute l’existence des chambres à gaz. Elle a perdu son procès en première instance, en appel et, récemment (décision du 5 décembre 1989), devant le Tribunal suprême.

En France, les révisionnistes ont fini par avoir gain de cause devant les tribunaux et, comme vient de l’admettre La Lettre télégraphique juive (20 décembre 1989), « la négation de la Shoa n’est plus punie par la loi ».

6 février 1990

Saturday, January 31, 1987

Sono i nazisti che hanno inventato la menzogna delle camere a gas!


Nota del 7 luglio 2010: L’articolo che si leggerà qui sotto data al 31 gennaio 1987. Mostra a quale punto, 23 anni fa, il dubbio sulla realtà delle pretese camere a gas naziste divorava tormentava già l’intellighenzia sterminazionista. In seguito, nel 1988, Arno Mayer, professore (ebreo) all’Università di Princeton, scriverà: “Le fonti per lo studio delle camere a gas sono allo stesso tempo rare e dubbie” (“rare and unreliable”: vedere http://robertfaurisson.blogspot.it/2006/12/le-vittorie-del-revisionismo.html, punto n° 13). Nel 1996, lo storico francese Jacques Baynac constatava, in merito a queste camere, “l’assenza di documenti, di tracce o d’altre prove materiali” (vedere http://robertfaurisson.blogspot.it/2006/12/le-vittorie-del-revisionismo.html, punto n° 17). Quattro anni dopo, venivamo a sapere che Jean-Claude Pressac, che pure s’era fatto il più ardente difensore della tesi della loro esistenza, aveva finito per scrivere (in uno studio terminato il 15 giugno 1995 e reso pubblico nel 2000 da Valérie Igounet) che queste camere a gas, così come, nel suo complesso, la storia ufficiale dei campi, erano ormai votate “alle pattumiere della storia” (vedere http://robertfaurisson.blogspot.it/2006/12/le-vittorie-del-revisionismo.html, punto n° 18). Infine, il 27 dicembre 2009, Robert Jan van Pelt, professore (ebreo) all’Università di Toronto, ultimo storico a farsi forte di provare l’esistenza di queste camere a gas ad Auschwitz e Birkenau, ha appena dichiarato che in questa materia: “Del 99% di ciò che sappiamo, non abbiamo gli elementi materiali per provarlo”. Da parte sua, egli si accontenta di avere in merito “una certezza morale” (“a moral certainty) e preconizza che si lasci all’abbandono il complesso di Auschwitz-Birkenau che, materialmente, non prova per così dire nulla di ciò che milioni di pellegrini si immaginano ancora di trovarvi (vedere http://www.thestar.com/News/Insight/article/742965). La scienza storica ha decisamente abbandonato le magiche camere a gas; non resta nient’altro che la religione, quella del preteso “Olocausto” degli ebrei, per supportare un’impostura che un giorno si inscriverà negli annali della storia come una delle più mirabolanti e delle più degradanti invenzioni umane.

***
                          
In Francia, negli ambienti appena informati, non si crede più tanto nelle camere a gas. Su questa questione, come scrive G. A. Amaudruz, “i massimalisti ebrei avvertono che la partita sfugge loro di mano”. Essi sono pronti a mollare le camere a gas per salvare meglio il mito del genocidio o dello sterminio degli ebrei. La loro tesi, che inquieta molto Pierre Vidal-Naquet per il quale abbandonare le camere a gas è “capitolare in campo aperto” [1], può così riassumersi: c’è stato uno sterminio degli ebrei su vasta scala; non sappiamo come questo sterminio è stato condotto; i Tedeschi, da parte loro, lo sapevano ma, dopo la guerra, anziché rivelare agli Alleati il mezzo impiegato, costoro nelle loro confessioni hanno inventato questa storia di camere a gas; nella loro mente, significava preparare contro gli ebrei una specie di “bomba a scoppio ritardato”; gli ebrei dovevano credere a questa storia e dovevano difenderla fino al giorno in cui sarebbe scoppiato palesemente che gli ebrei stavano difendendo una grossa menzogna.
Questa tesi è laboriosa; essa è, tuttavia, molto meno faticosa delle elucubrazioni di Shoah (film di Claude Lanzman) o dei testimoni dell’attuale processo Demjanuk a Gerusalemme. Due insegnanti d’origine ebrea, Ida Zajdel e Marc Ascione, l’esprimono in questi termini:
I nazisti in fondo si trovano in una buona posizione per sapere come sono morti i milioni di deportati, principalmente di religione o d'origine ebraica, di cui i corpi non sono mai stati ritrovati. Essi sanno anche perché hanno truccato le proprie “confessioni”. Con le camere a gas, essi credevano di avere in mano una “bomba a scoppio ritardato”, uno strumento di diversione e – perché no? – di ricatto. Manifestamente, si è fatta passare la parola: negli anni di guerra fredda, Paul Rassinier, ex deportato socialista il cui anticomunismo l’aveva condotto all’estrema destra; nel 1978, Darquier de Pellepoix, ex commissario alle Questioni ebraiche di Vichy, sostituito da Faurisson nel contesto di tutta una campagna; oggi l’estrema destra, [Henri] Roques ed il rexista belga Degrelle, mentre agli USA, in un Institute for Historical Review, si agita uno sciame di “revisionisti”. Questi signori devono sapere che hanno ucciso la gallina dalle uova d’oro e che le loro speculazioni sono durate a lungo: se le camere a gas non sono esistite, esse non potevano essere il pezzo forte del genocidio, dello sterminio degli ebrei su vasta scala, che sono un fatto storico che nessuno può permettere che si contesti (Courrier des lecteurs, “Sur Faurisson”, Article 31, n° 26 gennaio-febbraio 1987, p. 22).

Article 31 è una pubblicazione  che esce dieci volte all'anno (BP 423, 75527 Paris cedex 11). Promuove la repressione contro coloro i quali “non rispettano i termini” dei trenta articoli della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Essa suggerisce la creazione di un “articolo 31” che permetterebbe questa repressione.
Aggiunta: Ricordo qui che, in un’intervista pubblicata da VSD, Serge Klarsfeld ha riconosciuto che, finora, non si erano ancora pubblicate delle vere prove dell’esistenza delle camere a gas, ma solamente degli inizi di prove” [2]. Questo fa ben vedere in quale stima considera delle opere come Les chambres à gaz ont existé Les Chambres à gaz, secret d’Ètat. Se S. Klarsfeld ha ragione, ogni storico ha il diritto ed anche il dovere di dubitare dell’esistenza di queste camere a gas.
31 gennaio 1987
          

Traduzione a cura di Germana Ruggeri
__________________
[1] P. Vidal-Naquet, “Le Secret partagé” [resoconto del libro Les Chambres à gaz, Secret d'Etat], Le Nouvel Observateur, 21 settembre 1984, p. 80.
[2] VSD, 29 maggio 1986, p. 37.

Ce sont les nazis qui ont inventé le mensonge des chambres à gaz !


Note du 7 juillet 2010 : L'article qu'on lira ci-dessous date du 31 janvier 1987. Il montre à quel point, il y a 23 ans, le doute sur la réalité des prétendues chambres à gaz nazies rongeait déjà l'intelligentsia exterminationniste. Par la suite, en 1988, Arno Mayer, professeur (juif) à l'Université de Princeton, allait écrire : "Les sources pour l'étude des chambres à gaz sont à la fois rares et douteuses" ("rare and unreliable" : voy. http://robertfaurisson.blogspot.com/2006/12/les-victoires-du-revisionnisme.html, point n° 13). En 1996, l'historien français Jacques Baynac constatait, au sujet de ces chambres, "l'absence de documents, de traces ou d'autres preuves matérielles" (voy. http://robertfaurisson.blogspot.com/2006/12/les-victoires-du-revisionnisme.html, point n° 17). Quatre ans plus tard, nous apprenions que Jean-Claude Pressac, qui s'était pourtant fait le plus ardent défenseur de la thèse de leur existence, avait fini par écrire (dans une étude achevée le 15 juin 1995 et rendue publique en 2000 par Valérie Igounet) que ces chambres à gaz, tout comme, dans son ensemble, l'histoire officielle des camps, étaient désormais vouées "aux poubelles de l'histoire" (voy. http://robertfaurisson.blogspot.com/2006/12/les-victoires-du-revisionnisme.html, point n° 18). Enfin, le 27 décembre 2009, Robert Jan van Pelt, professeur (juif) à l'Université de Toronto, dernier historien à se faire fort de prouver l'existence de ces chambres à gaz à Auschwitz et Birkenau, vient de déclarer qu'en la matière "à quatre-vingt-dix-neuf pour cent, ce que nous savons, nous n'avons pas les éléments physiques pour le prouver". Pour sa part, il se contente d'avoir sur le sujet "une certitude morale" ("a moral certainty") et il préconise qu'on laisse à l'abandon le complexe d'Auschwitz-Birkenau qui, matériellement, ne prouve pour ainsi dire rien de ce que les millions de pèlerins s'imaginent encore y trouver (voy. http://www.thestar.com/News/Insight/article/742965). La science historique a décidément abandonné les magiques chambres à gaz ; il ne reste plus guère que la religion, celle du prétendu "Holocauste" des juifs, pour cautionner une imposture qui s'inscrira un jour dans les annales de l'histoire comme l'une des plus mirobolantes et des plus dégradantes inventions humaines.


***


En France, dans les milieux tant soit peu informés, on ne croit plus guère aux chambres à gaz. Sur cette question, comme l’écrit G. A. Amaudruz, «les maximalistes juifs sentent la partie leur échapper». Ils sont prêts à larguer les chambres à gaz pour mieux sauver le mythe du génocide ou de l’extermination des juifs. Leur thèse, qui inquiète beaucoup Pierre Vidal-Naquet pour qui abandonner les chambres à gaz, c’est « capituler en rase campagne » [1], peut se résumer ainsi : il y a eu une extermination des juifs à grande échelle ; nous ne savons pas comment cette extermination a été menée ; les Allemands, eux, le savaient mais, après la guerre, au lieu de révéler aux Alliés le moyen utilisé, ils ont dans leurs aveux inventé cette histoire de chambres à gaz ; dans leur esprit, c’était préparer contre les juifs une sorte de « bombe à retardement » ; les juifs croiraient à cette histoire et la défendraient jusqu’au jour où il éclaterait au grand jour que les juifs étaient en train de défendre un grossier mensonge.

Cette thèse est laborieuse ; elle est, cependant, bien moins laborieuse que les élucubrations de Shoah (film de Claude Lanzmann) ou des témoins de l’actuel procès Demjanjuk à Jérusalem. Deux enseignants d’origine juive, Ida Zajdel et Marc Ascione, l’expriment en ces termes :

Les nazis sont au fond bien placés pour savoir comment sont morts des millions de déportés, principalement de religion ou d’origine juive, dont les corps n’ont jamais été retrouvés. Ils savent aussi pourquoi ils ont truqué leurs « aveux ». Avec les chambres à gaz, ils croyaient détenir une « bombe » à retardement, un instrument de diversion et, pourquoi pas, de chantage. Visiblement, on s’est fait passer le mot : dans les années de guerre froide, Rassinier, ancien déporté socialiste que son anticommunisme avait conduit à l’extrême droite ; en 1978, Darquier de Pellepoix, ancien commissaire aux Questions juives de Vichy, relayé par Faurisson dans toute une campagne ; aujourd’hui l’extrême-droite, Roques et le rexiste belge Degrelle, tandis qu’aux USA, dans un Institute for Historical Review, s’agite un essaim de « révisionnistes ». Ces messieurs doivent savoir qu’ils ont tué la poule aux œufs d’or et que leurs spéculations ont fait long feu : si les chambres à gaz n’ont pas existé, elles ne peuvent être la pièce maîtresse du génocide, de l’extermination des juifs à grande échelle, qui sont un fait historique que nul ne peut laisser contester (Courrier des lecteurs, « Sur Faurisson », Article 31, n° 26, janvier-février 1987, p. 22).

Article 31 est une publication qui paraît dix fois par an (BP 423, 75527 Paris cedex 11). Elle prône la répression contre ceux qui « ne respectent pas les termes » des trente articles de la Déclaration universelle des droits de l’homme. Elle suggère la création d’un « article 31 » qui permettrait cette répression.

Additif : Je rappelle ici que, dans une interview publiée par VSD, Serge Klarsfeld a reconnu que, jusqu’ici, on n’avait pas encore publié de vraies preuves de l’existence des chambres à gaz, mais seulement des «débuts de preuves» [2]. C’est dire en quelle estime il tient des ouvrages comme Les chambres à gaz ont existé ou Les chambres à gaz, secret d’État. Si S. Klarsfeld a raison, il est du droit et même du devoir de chaque historien de douter de l’existence de ces chambres à gaz.

31 janvier 1987

[1] P. Vidal-Naquet, « Le Secret partagé » [compte rendu de Les Chambres à gaz, Secret d’État], Le Nouvel Observateur, 21 septembre 1984, p. 80.

[2] VSD, 29 mai 1986, p. 37.

Monday, January 12, 1981

Lettre à Me Chotard


Maître, 

J’ai reçu vos trente-quatre pages sur Kremer samedi vers 11h. Je les ai annotées à la main, de cette nuit (2 heures du matin) à maintenant (10 heures du matin). Il est flagrant que vous vous trompez du tout au tout. Je vous demande de bien vouloir, je vous prie, lire mes annotations avec le soin même que j’ai apporté à les rédiger. Le moindre trait de stylobille a sa raison d’être. J’espère que vous trouverez cette raison d’être, malgré certains griffonnages que vous voudrez bien me pardonner.

Vous dites que dans cette affaire je suis honnête tandis que mes adversaires sont malhonnêtes. Je vous remercie de l’admettre. Mais je n’admets pas ce que vous vous permettez d’écrire à la page 23 : vous trouverez tout seul de quoi il s’agit avant que ne vous parviennent ces trente-quatre pages que je communique aujourd’hui même à Pierre Guillaume pour qu’il m’en fasse des photocopies.

Vous venez, paraît-il, d’être suspendu du MRAP. Vous êtes ainsi en train, bien malheureusement pour vous et pour nous, de prendre la mesure de la terreur qui s’exerce à peu près dans le monde entier à l’encontre des vaincus de la dernière guerre. Ecoutez bien ce que je vous dis : vous n’avez pas idée du millième de ce qui se produit depuis trente-cinq ans dans ce sens-là. Encore vendredi, un éditeur belge et sa collaboratrice (infirme ou très malade, je ne sais) ont été condamnés, lui à quinze mois de prison ferme et elle à douze mois de prison ferme et tous deux solidairement à onze millions six cent mille anciens francs français d’amende, pour avoir édité une Lettre au Pape à propos d’Auschwitz où Léon Degrelle développe des vues révisionnistes sur ce que moi j’appelle la sinistre farce d’Auschwitz.

Là où tant de pauvres êtres ont souffert de souffrances vraies et donc à peu près impossibles à raconter, des salauds – il n’y a pas d’autres termes – ont édifié une sorte de Disneyland de l’horreur. Je ne veux pas être du bord des salauds et des menteurs. Dans vos trente-quatre pages vous employez une série d’expressions sévères pour dénoncer les filouteries de la partie adverse. Pourtant, je note deux choses :


1) A aucun moment vous ne nous expliquez comment, sur le fond de l’affaire, c’est l’honnête homme qui a tort (celui qui n’a éprouvé le besoin ni de tricher, ni de fabriquer, ni de tronquer, ni de dénaturer) et ce sont tous ces malhonnêtes gens qui ont raison (eux qui – on se demande bien pourquoi – ont accumulé « grossières dénaturations », « grossières falsifications », « tricherie », « ont faussé en certains passages le texte même du Journal de Kremer », « imposant une traduction tendancieuse », « supprimant certains mots », « sont pris en flagrant délit de dénaturation », « abusant de [l]a confiance [du lecteur] », « procédant à une fausse traduction », « hypothéquant leur crédit »... mais le retrouvant miraculeusement auprès de MChotard qui les jugeait pourtant en ces termes : je sais qu’un menteur et tricheur peut venir à dire la vérité ; mais comment le pourrait-il sur le point même où il a abondamment triché et menti ?

2) A aucun moment ne vous paraît venir le soupçon que, sur tous les différents points qui intéressent le problème des « chambres à gaz », nos gens se sont comportés de la même façon ; Yahvé sait pourtant combien Thion et moi-même nous avons accumulé de preuves bassement et bêtement matérielles impossibles à réfuter : falsification des lieux, etc.



Je vous demande de vous ressaisir.

Vous m’avez dit un jour qu’un avocat pouvait aussi bien lire un texte qu’un professeur. Votre comparaison n’était pas bonne. Je ne suis pas le genre d’homme à utiliser le stupide argument d’autorité. Il y a beau temps que je vois combien le profane, de toute façon, peut être supérieur à l’homme de métier sous certaines conditions. Non, ce que j’invoquerais à la rigueur, c’est une pratique tellement longue et obstinée de l’analyse de textes que je ne peux vous en vouloir de patauger – souffrez ce terme que je ne veux pas injurieux – comme je vous vois patauger dans ces trente-quatre pages. Vous avez fait une faute de méthode courante et excusable qui est particulièrement répandue en France : vous avez mêlé les plans et les genres. Je vous expliquerai cela de vive voix, si vous le désirez. Je ne vous en donnerai aujourd’hui qu’un exemple : vous êtes allé jusqu’à revendiquer l’expression de « critique interne » pour ce qui était typiquement de la « critique externe ». Ne croyez pas à de la cuistrerie de ma part. Il s’agit d’une grave et courante erreur de méthode que la plupart des universitaires, hélas, commettent avec un beau sang-froid au pays de Descartes. Voyez dans le « Thion » ce que je dis de Napoléon et de la Pologne.

Mais peut-être m’épargnerez-vous ces explications qui m’épuisent de plus en plus à mesure que j’avance en âge et qui me font regretter de ne pouvoir trouver le temps, dans une vie de plus en plus éprouvante, d’écrire un petit traité de méthode. J’espère, en effet, que les écailles vous tomberont des yeux. Vous découvrirez alors que non seulement vous défendez un honnête homme mais une cause exaltante : celle de la vérité simple, nue, propre, bonne, saine, contre un horrible ensemble de mensonges tels que l’Histoire n’en avait pas encore connu parce que, tout simplement, les médias n’avaient jamais atteint la force de matraquage qu’ils viennent d’atteindre en ce siècle. En l’espace de quelques jours, trois septuagénaires allemands (l’un à Sao Paulo, l’autre à Kiel, et le troisième je ne sais plus où en Allemagne) viennent de se suicider plutôt que d’affronter l’horrible justice de nos tricoteuses épuratrices. J’ai par moments cette tentation moi-même et je suis sûr que, si je n’avais pas rencontré cet homme absolument hors du commun qu’est Pierre Guillaume, je me serais tué. Alors, vous savez, les « aveux » vrais ou faux...

Quand vous me défendez auprès de vos ennemis, que ce ne soit pas en m’accablant par ailleurs, par exemple en leur disant que je me trompe sur le fond. Je ne vous demande pas de déclarer non plus que vous êtes d’accord, bien sûr ! J’ai simplement assez d’ennemis comme cela sans que s’y ajoute publiquement mon avocat! Chomsky, lui, vient de dire qu’il est d’un « complet agnosticisme » sur le sujet de Faurisson.

Il crève les yeux aujourd’hui qu’on est incapable de nous répondre.

[Remarques additionnelles de l’auteur 
en juin 1981 et en 1982-1983]

Quelques mois après cette lettre, Me Chotard déclarait au tribunal en première instance : « Faurisson n’est pas un faussaire intégral [1] ». Lors d’une émission télévisée, le même Me Chotard persistait à soutenir que Faurisson n’était pas « un faussaire intégral ». Il avait à ses côtés Me Rappaport. Mais, par la suite, il allait changer d’opinion et déclarer à une étudiante préparant un mémoire sur l’affaire Faurisson : « [en première instance] j’avais même traité Faurisson d’historien d’opérette [...]. C’est moi qui étais un avocat d’opérette [2] ! » Lors du procès en appel, MChotard allait prendre, sans plus aucune réserve, la défense du professeur, et cela à un point tel que MRappaport, prenant à son tour la parole, allait ouvrir sa plaidoirie sur les mots suivants : « Mais c’est que vous avez changé, MChotard, beaucoup changé ! »

12 janvier 1981


[1]  L. Rubinstein, « Deux jours d’audience à la première chambre civile du tribunal de Paris », Le Droit de vivre, juin 1981, p. 17.
[2] M.-P. Mémy, L’affaire Faurisson (Nuit et brouillard...), Mémoire de DUT, option journalisme, Bordeaux, Université de Bordeaux III, IUT-B, 1983, p. 56.