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Sunday, September 17, 2000

Miti ebraici sui Giochi Olimpici di Berlino (1936)


(con aggiunta del 19 luglio 2008)

Le Monde, giornale obliquo (seguito)

Ne Le Monde, Sylvain Cypel dedica un articolo a Jesse Owens, il meticcio americano, quattro volte medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Berlino nel 1936 (“1936: à Berlin, l’Aryen ‘Lutz’ devient l’ami di Jesse, le métis”, 17-18 settembre 2000, p. VI).
 Il giornalista è obbligato a riconoscere che la storia del cancelliere Hitler che si rifiuta di stringere la mano di Jesse Owens non è che una leggenda. Ancora nel 1991, Le Monde accreditava questa leggenda con la penna di Claude Sarraute, che allora osava scrivere: “Hitler ha ben rifiutato di stringere la mano di Jesse Owens, il Nero americano vincitore ai Giochi Olimpici a Berlino nel ’36 (“Bleu, blanc, noir”, 3 dicembre 1991, p. 34).
 Il protocollo non aveva previsto la presentazione degli atleti al cancelliere e J. Owens stesso ha smentito in seguito di esser mai stato in presenza di Hitler. Ciò che S. Cypel avrebbe potuto precisare è che, dall’alto della sua tribuna, Hitler, constatando la sconfitta di Ludwig (detto “Luz” o “Lutz”) nel salto in lungo, ebbe inizialmente, come molti Tedeschi, “un gesto di stizza poi applaudì la prestazione del Nero americano” (J.-P. Rudin, Nice Matin, 4 aprile 1980).
 Lo stesso S. Cypel ha omesso di aggiungere che il nome di J. Owens fu inciso quattro volte sulla torre d’onore dei Giochi. Una fotografia ha immortalato il gesto dello scultore tedesco che iscriveva l’illustre nome per la seconda volta in cima al monumento. Di ritorno negli Stati Uniti l’atleta ebbe a conoscere, perfino nei mezzi di trasporto pubblico, le umiliazioni quotidiane inflitte ai Neri nel suo paese e non mancò di fare il paragone con il trattamento che gli era stato riservato in Germania. Nel 1984, quattro anni dopo la scomparsa di J. Owens, la vedova di quest’ultimo ricordò che suo marito non si era mai lamentato della Germania di Hitler. Come avrebbe potuto? Quando abbandonò lo stadio abbracciato al suo amico e rivale tedesco, un’ovazione salutò i due atleti. Nell’album fotografico in due volumi dedicato ai Giochi, Hitler è rappresentato sei volte, J. Owens sette volte e gli atleti neri in generale dodici volte. Il capitolo dedicato alle corse si apre con “l’uomo più veloce del mondo: Jesse Owens - USA”. Il primo volume si orna, all’inizio, d’una fotografia di gruppo con Adolf Hitler ed il secondo volume d’un ritratto di Theodor Lewald, ebreo e presidente del comitato tedesco d’organizzazione dei Giochi (Olympia 1936, Die Olympischen Spiele 1936 in Berlin und Garmisch-Partenkirchen, 2 vol., 1936, 292 p.).
 Gli atleti ebrei tedeschi ai G. O.
 S. Cypel scrive che “agli atleti ebrei tedeschi [fu impedito] di partecipare” ai Giochi. Gli si ricorderà che, come l’ho appena affermato, il presidente del comitato tedesco di organizzazione di questi Giochi era l’ebreo tedesco Theodor Lewald e che l’ebrea tedesca Helene Mayer conseguì la medaglia d’argento nella scherma; quanto all’ebreo o mezzo-ebreo tedesco Rudi Ball, che ai G. O. del 1932 aveva riportato la medaglia di bronzo in seno alla squadra tedesca di hockey su ghiaccio, egli fece parte nel febbraio 1936, a Garmisch-Partenkirchen, della medesima squadra tedesca. Per quanto riguarda Gretel Bergman, campionessa di salto in alto, se essa fu, all’ultimo momento, scartata dalla competizione finale, ciò non può essere dovuto al suo esser ebrea così come provano al contrario gli esempi degli altri due atleti. Hitler aveva espressamente ricordato prima dei giochi che gli ebrei non dovevano essere esclusi dalla squadra tedesca (Eliahu Ben Elissar, La Diplomatie du IIIe Reich et les juifs, Christian Bourgois, 1981, I, p. 164). A proposito della partecipazione degli atleti ebrei tedeschi a questi giochi olimpici, vale la pena citare la reazione di Victor Klemperer, cugino del direttore d’orchestra Otto Klemperer. Figlio di un rabbino e sposato con un’ariana, egli trascorse tutto il periodo nazional-socialista, compreso anche quello della guerra, in Germania ed in particolare a Dresda che egli dovette abbandonare in seguito ai terribili bombardamenti alleati del febbraio 1945. Nel suo diario, in data del 13 agosto 1936, annotava:
 I giochi olimpici, che presto termineranno, mi ripugnano doppiamente. In quanto assurda sopravvalutazione dello sport; l’onore di un popolo dipende dal fatto che uno dei suoi partecipanti salta dieci centimetri più in alto di tutti gli altri. E peraltro, è un negro degli USA che ha fatto il salto più alto, e la medaglia d’argento per la scherma assegnata alla Germania, è l’ebrea Helene Mayer che l’ha guadagnata (io non so quello che è più indecente, la sua partecipazione in quanto Tedesca del III° Reich oppure il fatto che la sua perfomance sia rivendicata dal III° Reich) (Journal I, Seuil, Parigi, 2000, 1986).
 Occorre dire che V. Klemperer era ferocemente antisionista. Per lui il sionismo era “puro nazismo” e “ripugnante” (ibid., p. 438).
            Intesa tra nazional-socialisti e sionisti
 Un buon numero di ebrei sionisti condividevano pressapoco la stessa ideologia dei nazionalsocialisti. Si tratta di un argomento che oggi si tenta di mascherare, col rischio di non capirne più nulla di tutta una serie di fatti storici tra i quali si citeranno: 1) nell’agosto 1933, l’Ha’avara Agreement (accordo di trasferimento) stipulato tra i sionisti e le autorità del III° Reich per spezzare o aggirare il temibile boicotaggio economico che le altre organizzazione ebraiche mondiali avevano decretato contro la Germania fin dal marzo 1933; 2) l’approvazione da buona parte dei sionisti, nel 1935, delle leggi di Norimberga per la protezione del sangue tedesco (questi sionisti erano favorevoli alla protezione del sangue ebreo e contrari ai matrimoni misti); 3) la cooperazione, durante tutta la guerra, degli “ebrei bruni” o “dell’internazionale ebraica della collaborazione” non solo con Adolf Eichmann che era anch’egli pro-sionista e pro-ebreo, ma anche con altri numerosi responsabili tedeschi; 4) gli innumerevoli contatti di responsabili ebrei con le autorità tedesche durante tutta la guerra e ciò fino alla proposta da parte del Lehi, alias Gruppo Sterne, d’una alleanza militare contro la Gran Bretagna (gennaio 1941) o l’incontro, nell’aprile 1945, tra Heinrich Himmler e un’alta personalità del Congresso ebraico mondiale, Norbert Masur. Sionisti e nazional-socialisti erano ugualmente in favore di una “soluzione territoriale della questione ebraica” (territoriale Endlosung der Judenfrage). È chiaro che, come in tutte le collaborazioni, cooperazioni e coabitazioni, soprattutto in campo politico, non mancavano i secondi fini, le macchinazioni e i rovesciamenti.
 L’espansione del sionismo tedesco nel 1936
 Nel febbraio 1936, cioè alcuni mesi prima dell’apertura dei Giochi olimpici, i sionisti tedeschi avevano ufficialmente tenuto il loro congresso a Berlino. Lo stesso anno, la Germania contava una quarantina di centri sionisti di addestramento (Umschlungslagern) per la preparazione dei giovani ebrei ai mestieri agricoli o altri da svolgere ulteriormente in Palestina. La stampa ebraica in Germania conobbe in questo periodo una prodigiosa espansione. Si parlò di un risveglio o di un rinnovamento della coscienza ebraica. Sicuramente gli ebrei antisionisti deploravano o condannavano questa situazione. Molti ebrei, in particolare nelle vecchie generazioni, rivendicavano la loro germanicità e vivevano come un dramma ciò che, dal canto loro, i giovani ebrei consideravano come soluzione per il loro avvenire. I Tedeschi autorizzavano la costituzione di gruppi paramilitari ebraici con uniforme e una bandiera bianca e blu (la bandiera del futuro Stato d’Israele) a condizione però che questi gruppi non sfilassero in parata nelle strade ma solamente nei cortili delle loro scuole o caserme. Incontri sportivi opponevano talvolta giovani sionisti e giovani nazionalsocialisti. Su tutti questi aspetti, si può leggere, in particolare, sia il libro di Francis Nicosia, The Third Reich and the Palestine Question (Austin, University of Texas Press, 1985), sia il notevole studio di Otto Dov Kulka, “The reactions of Germany Jewry to the National-Socialist Regime” alle pagine 367-379 del libro di Jehuda Reinharz, Living with Antisemitism (Hanover, New Hampshire, University Press of New England, 1987), sia ancora il libro di Emmanuel Ratier, Les Guerriers d’Israel (Facta, Parigi, 1995). Si potrà ugualmente consultare su questi argomenti sia l’Encyclopaedia Judaica, sia l’Encyclopedia of the Holocaust, di cui raccomando l’inizio “Lohamei Herut Israel” a proposito dell’offerta fatta dal Lehi, a cui apparteneva Itzhak Shamir, d’una alleanza militare tra ebrei e Tedeschi contro la Gran Bretagna. 
Il caso di Marty Glickman
 Preoccupato di svelare il minimo segno di antisemitismo e di approfittarne per lamentarsi, gemere e rivendicare, S. Cypel non teme di chiamare in causa i responsabili della delegazione americana. Afferma che essa non comprendeva che due atleti ebrei, Marty Glickman e Sam Stoller. All’ultimo momento, questi due staffettisti furono sostituiti da due neri, Ralph Metcalfe e Jesse Owens. Una sola spiegazione per il giornalista di Le Monde: Glickman e Stoller furono allontanati perché ebrei! L’argomentazione è irricevibile poiché in fin dei conti la scelta si rivelò la più indovinata e i due neri riporteranno la medaglia d’oro. In ogni caso, se bisogna credere in certuni, Marty Glickman aveva dichiarato negli anni 80 che conservava di questi giochi un ricordo “entusiasta” (G. Frey ed., Vorsicht Faelschung!, Monaco, FZ-Verlag, 1994, p. 119).
 Il caso di Horst Wessel
 S. Cypel ricorda: “il Horst Wessel Lied, questo canto delle SA in onore di un mascalzone antisemita, fu urlato dopo l’inno olimpico”. Una tradizione ebraica e comunista vuole che Horst Wessel abbia trovato la morte sia in un combattimento da strada contro i comunisti sia durante una rissa su una pubblica strada contro un prosseneta. La verità piuttosto sarebbe che questo figlio di pastore protestante, militante anticomunista in seno alle SA, studente di legge e poeta nel tempo libero, fu abbattuto da un comunista, a casa sua, con una pallottola in pieno volto e morì in un ospedale di Berlino, il 23 febbraio 1930. Nel settembre 1929 aveva pubblicato una poesia inneggiante alle SA ed è questa poesia, messa in musica dopo la sua morte, che divenne il secondo inno nazionale tedesco. 
Meno propaganda menzognera?
 Oggi si ha qualche difficoltà a seguire la cadenza del giornale Le Monde nella sua produzione di errori o di menzogne relativamente al III° Reich o alla Shoah. Mi sono fatto l’obbligo di inviare contemporaneamente al suo direttore, Jean-Marie Colombani, e agli autori di articoli grossolanamente sbagliati o menzogneri, le mie umili recensioni, invariabilmente raggruppate sotto l'intitolazione: “Le Monde, journal oblique (suite)”. Sono cosciente del fatto che questo giornale, che ha forte bisogno di denaro e che teme la collera degli ebrei, cerca di pentirsi del suo peccato capitale: il 29 dicembre 1978 e il 16 gennaio 1979, non era stato spinto a pubblicare le mie osservazioni iconoclastiche sulle impossibilità fisiche e chimiche delle camere a gas naziste? Ecco che cosa resta inciso nello spirito di coloro che fanno professione di mai dimenticare e mai perdonare. Sia pure! Ma ci dovrebbero essere dei limiti al servilismo.
 Jean-Christophe Mitterand ha visto ne Le Monde la “cassa di risonanza” d’ “una certa lobby ebraica” (Libération, 30 agosto 1999, p. 15). Questa lobby ci fa scoppiare i timpani con la sua propaganda menzognera così come con le invenzioni della sua industria dell’“Olocausto” e le fabbricazioni del suo “Shoah-Business”. È tempo che Le Monde cessi d’essere la sua “cassa di risonanza”.
 Da parte mia, attendo di questo giornale il resoconto che esso non mancherà di fare di un’opera tra le più spregevoli che abbiano mai prodotto le officine della propaganda olocaustica. Si tratta di un libro scelto dal ministro dell’Educazione nazionale Jack Lang per l’insegnamento obbligatorio della Shoah ai bambini di Francia a partire dalla 4° classe. Composto da Stéphane Bruchfeld e Paul Levine, sarà pubblicato da Ramsay, con il titolo: Dites-le à vos enfants.
 Renderò conto nello stesso tempo di questo libro in quanto tale e della sua recensione su Le Monde. 
 17 settembre 2000 (rivisitato il 24 ottobre)

NB del 29 settembre 2000: Nella sua edizione del 29 settembre, Le Monde pubblica sotto la penna di Philippe-Jean Catinchi la recensione di un libro di Jean-Michel Blaizeau, Les Jeux défigurés de Berlin. In questa recensione, si legge che, dei giochi “si è ritenuto […] il livore di Hitler che rifiuta di stringere la mano di Jesse Owens”. Nessuna precisazione che si tratta di un mito.

Aggiunta del 19 luglio 2008: Le Monde ci fornisce una nuova prova del suo carattere obliquo. Nella sua edizione datata al 19 luglio 2008, Le Monde 2 pretende riprodurre, alle pagine 62-63, l’articolo di Sylvain Cypel apparso, otto anni prima, ne Le Monde del 17 e 18 settembre 2000, p. VI. Ma lo fa obliquamente. Si astiene dal dichiarare tre tagli che sono rispettivamente di 48, 41 e 17 righe che, inoltre, si astiene da segnalare tipograficamente come vuole la pratica. In quanto al titolo dell’articolo, è gravemente alterato sia nella lettera sia nello spirito. Nel 2000, il titolo era: “1936: à Berlino, L'Aryen ‘Lutz’ divient l’ami de Jesse, le métis”; nel 2008, il titolo diviene “L’offense faite aux nazis”. Laddove S. Cypel riconosceva onestamente che ai giochi olimpici di Berlino, contrariamente alla leggenda, nessuna offesa era stata fatta ai neri da Hitler o dai “nazisti ”, adesso ci si vuol far credere che un’offesa è stata arrecata coraggiosamente da “Lutz” o “Luz” Long ai dignitari “nazisti ”. Orbene S. Cypel aveva espressamente detto il contrario citando la testimonianza seguente: “Non si deve sbagliare. Nel 1936, Lutz Long aveva ventitré anni. Non era nazista né antinazista.. Era proprio un Tedesco del suo tempo, fiero di ciò che gli sembrava essere, come a molti altri giovani, la rinascenza della Germania. Abbracciandosi con Jesse pubblicamente, egli non intendeva né ferire né protestare contro qualunque cosa”.

Si arguisce da ciò che nel 2000 era ancora possibile, eccezionalmente, manifestare qualche scrupolo e d’usare una certa probità a proposito del nazionalsocialismo: a rigore, si rettificavano ancora degli errori fin troppo grossolani. Nel 2008, non è più possibile. Forse l’ingenuo lettore si immagina che, più ci allontaniamo dalla seconda guerra mondiale, più il grande vinto di questa guerra dovrebbe vedersi trattare con distacco e serenità! Errore! I nostri pizzicagnoli e le nostre pizzicagnole kasher insistono perché sempre di più si affilino i coltelli. Oggi, nelle nostre scuole, fin dalla 2° classe media, si apprende che l’ebreo incarna contemporaneamente il bene e la vittima innocente mentre il nazional-socialista, chiamato “nazista”, incarnerebbe il male ed il carnefice. Così vuole la nuova religione universale. Come lo riconosce Alain Finkielkraut, che si rivolge al proprio interlocutore con parole di buonsenso, l’ebreo in Francia è diventato “il cocco della Storia” e può apparire anche come “il cocco della Memoria”.

Traduzione a cura di Germana Ruggeri

Mythes juifs autour des JO de Berlin (1936)


avec addition du 19 juillet 2008


Le Monde, journal oblique (suite)
Dans Le Monde, Sylvain Cypel consacre un article à Jesse Owens, le métis américain, quadruple médaillé d’or aux Jeux olympiques de Berlin en 1936 (« 1936 : à Berlin, l’Aryen ‘Lutz’ devient l’ami de Jesse, le métis », 17-18 septembre 2000, p. VI).
Le journaliste est obligé de reconnaître que l’histoire du chancelier Hitler refusant de serrer la main de Jesse Owens n’est qu’une légende. Encore en 1991, Le Monde accréditait cette légende sous la plume de Claude Sarraute, qui osait alors écrire : « Hitler a bien refusé de serrer la main de Jesse Owens, le Noir américain vainqueur aux Jeux olympiques à Berlin en 36 » (« Bleu, blanc, noir », 3 décembre 1991, p. 34).
Le protocole n’avait pas prévu de présentation des athlètes au chancelier et J. Owens a lui-même démenti par la suite avoir jamais été en présence de Hitler. Ce que S. Cypel aurait pu préciser, c’est que, du haut de sa tribune, Hitler, en constatant la défaite de Ludwig (dit « Luz » ou « Lutz » ) Long au saut en longueur, eut d’abord, comme beaucoup d’Allemands, « un geste de dépit puis applaudit la performance du Noir américain » (J.-P. Rudin, Nice-Matin, 4 avril 1980).
Le même S. Cypel a omis d’ajouter que le nom de J. Owens fut gravé à quatre reprises sur la tour d’honneur des Jeux. Une photographie a immortalisé le geste du sculpteur allemand inscrivant l’illustre nom pour la deuxième fois tout au haut du monument. De retour aux Etats-Unis, l’athlète eut à connaître, jusque dans les moyens de transports publics, les humiliations quotidiennes infligées aux Noirs dans son pays et il ne manqua pas de faire la comparaison avec le traitement qui lui avait été réservé en Allemagne. En 1984, quatre ans après la disparition de J. Owens, la veuve de ce dernier rappela que son mari ne s’était jamais plaint de l’Allemagne de Hitler. Comment l’aurait-il pu ? Quand il quitta le stade au bras de son ami et rival allemand, une ovation salua les deux athlètes. Dans l’album photographique en deux volumes consacré aux Jeux, Hitler est représenté six fois, J. Owens sept fois et les athlètes noirs en général douze fois. Le chapitre consacré aux courses s’ouvre sur « l’homme le plus rapide du monde : Jesse Owens-USA ». Le premier volume s’orne, en tête, d'une photographie de groupe avec Adolf Hitler et le second volume d’un portrait de Theodor Lewald, juif et président du comité allemand d’organisation des Jeux (Olympia 1936, Die Olympischen Spiele 1936 in Berlin und Garmisch-Partenkirchen, 2 vol., 1936, 292 p.).

Les athlètes juifs allemands aux JO

S. Cypel écrit que « les athlètes juifs allemands [furent] empêchés de participer » aux Jeux. On lui rappellera que, comme je viens de le mentionner, le président du comité allemand d’organisation de ces Jeux était le juif allemand Theodor Lewald et que la juive allemande Helene Mayer remporta la médaille d’argent à l’escrime ; quant au juif ou demi-juif allemand Rudi Ball, qui, aux JO de 1932 avait remporté la médaille de bronze au sein de l’équipe allemande de hockey sur glace, il fit partie en février 1936, à Garmisch-Partenkirchen, de la même équipe allemande. Pour ce qui est de Gretel Bergman, championne du saut en hauteur, si elle fut, au dernier moment, écartée de la compétition finale, ce ne put être en sa qualité de juive ainsi que le prouvent a contrario les exemples des deux autres athlètes. Hitler avait expressément rappelé avant les jeux que les juifs ne devaient pas être exclus de l’équipe allemande (Eliahu Ben Elissar, La Diplomatie du IIIe Reich et les juifs, Christian Bourgois, 1981, I, p. 164). A propos de la participation d’athlètes juifs allemands à ces jeux olympiques, il vaut la peine de citer la réaction de Victor Klemperer, cousin du chef d’orchestre Otto Klemperer. Fils de rabbin et marié à une aryenne, il passa toute la période nationale-socialiste, y compris celle de la guerre, en Allemagne et, en particulier, à Dresde qu’il lui fallut quitter à la suite des terribles bombardements alliés de février 1945. Dans son journal intime, à la date du 13 août 1936, il notait :
Les jeux olympiques, qui se terminent bientôt, me répugnent doublement. En tant que surestimation absurde du sport ; l’honneur d’un peuple dépend de ce qu’un de ses membres saute dix centimètres plus haut que tous les autres. Et d’ailleurs, c’est un nègre des Etats-Unis qui a sauté le plus haut, et la médaille d’argent d’escrime pour l’Allemagne, c’est la juive Helene M[a]yer qui l’a remportée (je ne sais pas ce qui est le plus indécent, sa participation en tant qu’Allemande du IIIe Reich ou le fait que sa performance soit revendiquée par le IIIe Reich) (Journal, I, Seuil, 2000, p. 286).
Il faut dire que V. Klemperer était farouchement antisioniste. Pour lui, le sionisme était « du pur nazisme » et « répugnant » (Ibid., p.438).
Entente entre nationaux-socialistes et sionistes
Bon nombre de juifs sionistes partageaient à peu près la même idéologie que les nationaux-socialistes. Il s’agit là d’un point qu’aujourd’hui on tente de masquer, au risque de ne plus rien comprendre à toute une série de faits historiques parmi lesquels on citera : 1) en août 1933, le Ha’avara Agreement (accord de transfert) passé entre les sionistes et les autorités du IIIe Reich pour briser ou contourner le redoutable boycott économique que les autres organisations juives mondiales avaient décrété contre l’Allemagne dès mars 1933 ; 2) l’approbation par une bonne partie des sionistes, en 1935, des lois de Nuremberg pour la protection du sang allemand (ces sionistes étaient en faveur de la protection du sang juif et contre les mariages mixtes) ; 3) la coopération, pendant toute la guerre, des « juifs bruns » ou de « l’internationale juive de la collaboration » aussi bien avec Adolf Eichmann, qui était lui-même pro-sioniste et pro-juif, qu’avec bien d’autres responsables allemands ; 4) les innombrables contacts de responsables juifs avec les autorités allemandes pendant toute la guerre et cela jusqu’à la proposition par le Lehi, alias Groupe Stern, d’une alliance militaire contre la Grande-Bretagne (janvier 1941) ou la rencontre, en avril 1945, entre Heinrich Himmler et une sommité du Congrès juif mondial, Norbert Masur. Sionistes et nationaux-socialistes étaient également en faveur d’une « solution finale territoriale de la question juive » (territoriale Endlösung der Judenfrage). Il va sans dire que, comme dans toutes les collaborations, coopérations ou cohabitations, surtout en matière politique, les arrière-pensées, les manœuvres, les machinations et les retournements ne manquaient pas.

L’essor du sionisme allemand en 1936

En février 1936, soit quelques mois avant l’ouverture des Jeux olympiques, les sionistes allemands avaient officiellement tenu leur congrès à Berlin. La même année, l’Allemagne comptait une quarantaine de centres sionistes d’entraînement (Umschulungslagern) pour la préparation des jeunes juifs aux métiers agricoles ou autres à exercer ultérieurement en Palestine. La presse juive en Allemagne connut à cette époque un prodigieux essor. On parla d’un réveil ou d’un renouveau de la conscience juive. Assurément les juifs antisionistes déploraient ou condamnaient cet état de fait. Beaucoup de juifs, en particulier dans les vieilles générations, revendiquaient leur germanité et vivaient comme un drame ce que, de leur côté, de jeunes juifs tenaient pour une solution d’avenir. Les Allemands autorisaient la constitution de groupes paramilitaires juifs avec uniforme et un drapeau blanc et bleu (le drapeau du futur Etat d’Israël) à condition toutefois que ces groupes ne paradent pas dans les rues mais seulement dans leurs écoles ou casernements. Des rencontres sportives opposaient parfois jeunes sionistes et jeunes nationaux-socialistes. Sur tous ces aspects, on peut lire, en particulier, soit le livre de Francis Nicosia, The Third Reich and the Palestine Question (Austin, University of Texas Press, 1985), soit la remarquable étude d’Otto Dov Kulka, « The reactions of German Jewry to the National-Socialist Regime » aux pages 367-379 du livre de Jehuda Reinharz, Living with Antisemitism (Hanover, New Hampshire, University Press of New England, 1987), soit encore le livre d’Emmanuel Ratier, Les Guerriers d’Israël (Facta, 1995). On pourra également consulter sur ces sujets soit l’Encyclopaedia Judaica, soit l’Encyclopedia of the Holocaust, où je recommande l’entrée « Lohamei Herut Israel » au sujet de l’offre faite par le Lehi, auquel appartenait Itzhak Shamir, d’une alliance militaire entre juifs et allemands contre la Grande-Bretagne.

Le cas de Marty Glickman

Soucieux de détecter le moindre indice d’antisémitisme et d’en profiter pour se plaindre, gémir et revendiquer, S. Cypel ne craint pas de mettre en cause les responsables de la délégation américaine. Il affirme que celle-ci ne comportait que deux athlètes juifs, Marty Glickman et Sam Stoller. Au dernier moment, ces deux relayeurs furent remplacés par deux noirs, Ralph Metcalfe et Jesse Owens. Une seule explication pour le journaliste du Monde : Glickman et Stoller furent écartés parce que juifs ! L’argument est irrecevable puisqu’en fin de compte le choix se révéla des plus heureux et que les deux Noirs remportèrent la médaille d’or. En tout cas, s’il faut en croire certains, Marty Glickmann aurait déclaré dans les années 80 qu’il conservait de ces jeux un souvenir « enthousiaste » (G. Frey éd., Vorsicht Fälschung !, Munich, FZ-Verlag, 1994, p. 119).

Le cas de Horst Wessel

S. Cypel évoque : « le Horst Wessel Lied, ce chant des SA en l’honneur d’un voyou antisémite, beuglé après l’hymne olympique ». Une tradition juive et communiste veut que Horst Wessel ait trouvé la mort soit dans un combat de rue avec les communistes, soit lors d’une rixe sur la voie publique avec un souteneur. La vérité serait plutôt que ce fils de pasteur, militant anticommuniste au sein des SA, étudiant en droit et poète à ses heures, fut abattu par un communiste, à son domicile, d’une balle en pleine face et décéda dans un hôpital de Berlin, le 23 février 1930. En septembre 1929, il avait publié un poème à la gloire des SA et c’est ce poème, mis en musique après sa mort, qui devint le second hymne national allemand.

Moins de propagande mensongère ?

On a aujourd’hui quelque mal à suivre la cadence du journal Le Monde dans sa production d’erreurs ou de mensonges relativement au IIIe Reich ou à la Shoah. Je me suis fait une obligation d’envoyer à la fois à son directeur, Jean-Marie Colombani, et aux auteurs d’articles grossièrement erronés ou mensongers, mes humbles recensions, invariablement regroupées sous l’intitulé : « Le Monde, journal oblique (suite) ». Je suis conscient de ce que ce journal, qui a de forts besoins d’argent et qui craint l’ire des juifs, cherche à faire repentance de son péché capital : le 29 décembre 1978 et le 16 janvier 1979, n’avait-il pas été conduit à publier mes observations iconoclastes sur les impossibilités physiques et chimiques des chambres à gaz nazies ? Voilà qui reste gravé dans l’esprit de ceux qui font profession de ne jamais oublier et de ne jamais pardonner. Soit ! Mais il devrait y avoir des limites à la servilité.
Jean-Christophe Mitterrand a vu dans Le Monde la « caisse de résonance » d’« un certain lobby juif » (Libération, 30 août 1999, p. 15). Ce lobby nous crève les tympans de sa propagande mensongère ainsi qu’avec les inventions de son industrie de l’« Holocauste » et les fabrications de son Shoah-Business. Il est temps que Le Monde cesse d’être sa « caisse de résonance ».
Pour ma part, j’attends de ce journal le compte rendu qu’il ne manquera pas de faire d’un ouvrage parmi les plus immondes qu’aient jamais produits les officines de la propagande holocaustique. Il s’agit du livre choisi par le ministre de l’Education nationale Jack Lang pour l’enseignement obligatoire de la Shoah aux enfants de France à partir de la classe de quatrième. Fabriqué par Stéphane Bruchfeld et Paul Levine, il sera publié par Ramsay sous le titre : Dites-le à vos enfants.
Je rendrai compte à la fois de ce livre en tant que tel et de sa recension par Le Monde.

                                                     17 septembre 2000

NB du 29 septembre 2000 : Dans sa livraison du 29 septembre, Le Monde publie sous la plume de Philippe-Jean Catinchi le compte rendu d’un livre de Jean-Michel Blaizeau, Les Jeux défigurés de Berlin. Dans ce compte rendu, on lit que, des jeux, « on a retenu […] la fureur d’Hitler refusant de serrer la main de Jesse Owens ». Rien ne précise qu’il s’agit là d’un mythe.
Addition du 19 juillet 2008 : Le Monde nous fournit une nouvelle preuve de son caractère oblique. Dans sa livraison datée du 19 juillet 2008, Le Monde 2 prétend reproduire, aux pages 62-63, l’article de Sylvain Cypel paru, huit ans auparavant, dans Le Monde des 17 et 18 septembre 2000, p. VI. Mais il le fait obliquement. Il s’abstient d’annoncer trois coupures qui sont respectivement de 48, 41 et 17 lignes, puis de les signaler typographiquement, comme le veut l’usage. Quant au titre de l’article, il est gravement altéré à la fois dans la lettre et dans l’esprit. En 2000, le titre était « 1936 : à Berlin, l’Aryen ‘Lutz’ devient l’ami de Jesse, le métis » ; en 2008, le titre devient « L’offense faite aux nazis ». Là où S. Cypel reconnaissait honnêtement qu’aux jeux olympiques de Berlin, contrairement à la légende, nulle offense n’avait été faite aux noirs par Hitler ou les « nazis », on veut nous faire croire qu’une offense a été courageusement faite par « Lutz » ou « Luz » Long aux dignitaires « nazis ». Or S. Cypel avait expressément dit le contraire en citant le témoignage suivant : « Il ne faut pas se méprendre. En 1936, Lutz Long avait vingt-trois ans. Il n’était ni nazi ni antinazi. C’était juste un Allemand de son temps, fier de ce qui lui semblait être, comme à beaucoup d’autres jeunes, la renaissance de l’Allemagne. En s’enlaçant avec Jesse publiquement, il ne voulait ni choquer ni protester contre quoi que ce soit. »
On voit par là qu’en 2000, il était encore possible, par exception, de manifester quelque scrupule et d’user d’une certaine probité à l’égard du national-socialisme : à la rigueur, on rectifiait encore des erreurs par trop grossières. En 2008, il n’en est plus question. Peut-être l’ingénu lecteur s’imagine-t-il que, plus nous nous éloignons de la seconde guerre mondiale, plus le grand vaincu de cette guerre devrait se voir traiter avec détachement et sérénité. Erreur ! Nos charcutiers et charcutières casher insistent pour que de plus en plus s’aiguisent les couteaux. Aujourd’hui, dans nos écoles, dès la classe de CM2, on apprend que le juif incarne à la fois le bien et la victime innocente cependant que le national-socialiste, appelé « nazi », incarnerait le mal et le bourreau. Ainsi le veut la nouvelle religion universelle. Comme le reconnaît Alain Finkielkraut, qui parle d’or, le juif en France est devenu « le chouchou de l’Histoire » et peut apparaître aussi comme « le chouchou de la Mémoire ».

Traduzione a cura di Germana Ruggeri

Thursday, October 15, 1998

“Ah, How Sweet It Is To Be Jewish …” : Paying Tribute to Jewish Power

Alain Finkielkraut is a professor of philosophy at France’s elite Ecole Polytechnique who for years has been a darling of a certain section of the Parisian intelligentsia. In 1982, at the time of one of my first trials for calling the Auschwitz gas chamber story a historical lie, he revealed his concern about revisionism in a muddled work entitled L’Avenir d’une négation (“The Future of a Denial”). On the first page of this book he described me as being “of the ilk of Big Brother,” and on page 66 he wrote: “In terms of method, the deniers of the gas chambers are the spiritual children of the big Stalinists.”

In 1987 I had a personal encounter with Finkielkraut in Paris’ Latin Quarter, when an anti-revisionist conference was being held at the Sorbonne. Groups of young Jews were roaming the area, on the lookout for potential revisionists. Finkielkraut was with one of these groups. Together with three or four young Jews, he came into the café where I happened to be. I greeted him with the words “They’re done for, your gas chambers!” a rash remark for which I was to pay an hour later. But, at that moment, taken aback, he mumbled a reply and quickly left the café with his friends.

Since then I have followed his activities. He has steadily made something of a speciality of denouncing the “Jewish maximalism” of such figures as Claude Lanzmann.

Last October, Finkielkraut wrote an essay defending Cardinal Stepinac (1896–1960), who was being widely attacked for having collaborated with Croatia’s wartime “Ustasha” regime. The essay, published in the leading French daily Le Monde, October 7, 1998 (p. 14), is entitled “Mgr Stepinac and Europe’s Two Griefs” (“Mgr Stepinac et les deux douleurs de l’Europe”). In it Finkielkraut defended both the late Cardinal’s memory and the wartime Croatian Roman Catholic Church. He recalled that, from 1941, the Church defended the Jews against the Ustasha regime. Stepinac, he went on, suffered personally as a victim of what he calls “Europe’s two griefs”: Fascism and Communism.

But what especially catches the reader’s attention are the essays opening lines:

Ah, how sweet it is to be Jewish at the end of this 20th century! We are no longer History’s accused, but its darlings. The spirit of the times loves, honors, and defends us, watches over our interests; it even needs our imprimatur. Journalists draw up ruthless indictments against all that Europe still has in the way of Nazi collaborators or those nostalgic for the Nazi era. Churches repent, states do penance, Switzerland no longer knows where to stand …
Obviously, it is “sweet” to be Jewish in these final years of thecentury, but only a Jew has the right to say so. In effect, as Finkielkraut acknowledges, it is no longer possible to publish without the imprimatur of organized Jewry. In effect, I might add, the Jew reigns unopposed.

Each year in France, the Interior Ministry and certain specialized and generously subsidized agencies carefully note and tally every incident in our country that might be regarded as anti-Semitic. Try as they do to inflate their figures, the result is clear: practically no anti-Semitic incidents can be detected in France.

If it is true that it is so sweet to be Jewish, then what right do Jews have to complain of a (nearly non-existent) anti-Semitism, or to demand, and obtain, ever harsher legal repression of revisionism, which they have succeeded in identifying with anti-Semitism?

This same October 7 issue of Le Monde reports that Jean-Marie Le Pen, leader of France’s National Front party, must once again pay dearly for having had the temerity, at a meeting in Munich in December 1997, to state that the gas chambers are a detail of Second World War history. [See “French Courts Punish Holocaust Apostasy,” March-April 1998 Journal of Historical Review, pp. 14-15.] The European Parliament, by a huge majority, had just voted to suspend Le Pen’s parliamentary immunity. A German court may sentence him to five years’ imprisonment. In the European Parliament, German member Willy Rothley, speaking for the Socialist faction, said that a goal of his country’s penal code is to “protect the young against falsifications of history.” He went on to warn: “If Mr. Le Pen does not answer the summons of my country’s courts, he will be imprisoned as soon as he sets foot on German soil.”

In Germany, repression has reached new heights. (Even Americans traveling in Germany, or a neighboring country, can be thrown into a German jail for revisionist felonies.) For the same offending remark, Le Pen has been, and is again being, prosecuted in France. In 1991, a French court ordered him to pay 1,200,000 francs (more than $200,000) for his original “detail” remark, made in 1987. On the basis of an emergency interim ruling of December 26, 1997, he is also currently “under investigation” in Paris for his Munich “detail” remark. Thus, for the same statement, he is being charged simultaneously in Munich and in Paris.

Precisely a week after the publication of his Le Monde essay, in which he conceded that Jews have nothing to complain about in France, Finkielkraut had the chutzpah to appear as a witness in the Paris Court of Appeal (11th chamber) to complain about the alleged threat to French Jews posed by revisionists. On October 14 he testified against Roger Garaudy, author of The Founding Myths of Israeli Politics, and publisher Pierre Guillaume. Finkielkraut regarded Garaudy an anti-Semite and a “Faurissonian.” He declared his approval of France’s anti-revisionist “Fabius-Gayssot” law. The state, Finkielkraut said, must punish hatred. (The first to call for the introduction in France of an anti-revisionist law on the model of the Israeli law of July 1981 was a group of Jewish historians including Pierre Vidal-Naquet and Georges Wellers, united around René-Samuel Sirat, Chief Rabbi of France [Bulletin quotidien de l’Agence télégraphique juive, June 2, 1986, p. 1, 3]. This law, called the “Fabius-Gayssot Act,” was promulgated on July 13, 1990.)

Day by day, I follow with interest this mighty rise of Jewish power. In my own modest way, I pay tribute to this power. Each month I send my payment of 5,000 francs (about $900) to the “Paris Fines Receiver,” which collects the sums I am obliged regularly to hand over for revisionism, that is to say, for having annoyed organized Jewry.

I must constantly reckon with new charges and court battles.

In France, in Germany, in Palestine – indeed, when one looks closely, everywhere in the world, including Japan, it is prudent not to offend, even indirectly or unwittingly, those who, like Finkielkraut, can sigh: “Ah, how sweet it is to be Jewish at the end of this 20th century!”

As for the rest of us, we do not even have the right publicly to mutter: “Ah, how grievous it is not to be Jewish at the end of this 20th century!”

The Journal of Historical Review, Volume 17, number 6, November/December 1998

Wednesday, October 7, 1998

«Ah, qu’il est doux d’être juif …»

Alain Finkielkraut est professeur de philosophie à l’Ecole polytechnique. Il est la coqueluche d’une certaine intelligentsia parisienne. Je me souviens de l’avoir personnellement rencontré en 1987 au Quartier latin. Un colloque antirévisionniste se tenait à la Sorbonne. Des groupes de jeunes juifs sillonnaient les alentours à la recherche d’éventuels révisionnistes. A. Finkielkraut était accompagné de l’un de ces groupes. Avec trois ou quatre jeunes juifs, il entra dans un café où je me trouvais. Je lui lançai: «Elles sont foutues, vos chambres à gaz!» Je prenais ainsi des risques que j’allais payer une heure plus tard. Mais, sur le moment, interloqué, il bredouilla une réponse et, avec ses amis, quitta précipitamment le café.

Depuis cette date, j’ai observé le personnage. Il s’est progressivement fait une spécialité de dénoncer le maximalisme juif à la Lanzmann. Aujourd’hui, à l’occasion des attaques portées contre la personne de Mgr Stepinac (1896-1960) accusé de collaboration avec les Oustachis d’Ante Pavelic et soupçonné d’antisémitisme, il défend la mémoire de l’ancien cardinal et de l’Eglise de Croatie. Il rappelle que, dès 1941, cette Eglise a pris la défense des juifs contre le régime oustachi. Il estime que Mgr Stepinac a eu dans sa vie à souffrir personnellement des «deux douleurs de l’Europe», lesquelles ont été, pour A. Finkielkraut, d’abord le fascisme, puis le communisme. L’article qu’il publie dans Le Monde s’intitule: «Mgr Stepinac et les deux douleurs de l’Europe». Le contenu ne manque pas d’intérêt mais c’est le début, surtout, de cet article qui retient l’attention. Le voici:

Ah, qu’il est doux d’être juif en cette fin de XXe siècle! Nous ne sommes plus les accusés de l’Histoire, nous en sommes les chouchous. L’esprit du monde nous aime, nous honore, nous défend, prend en charge nos intérêts; il a même besoin de notre imprimatur. Les journalistes dressent des réquisitoires sans merci contre tout ce que l’Europe compte encore de collaborateurs ou de nostalgiques de la période nazie. Les Eglises se repentent, les Etats font pénitence, la Suisse ne sait plus où se mettre … (Alain Finkielkraut, «Mgr Stepinac et les deux douleurs de l’Europe», Le Monde, 7 octobre 1998, p. 14).
Effectivement, il est doux d’être juif en cette fin de siècle mais seul un juif a le droit de le dire. Effectivement, il n’est plus possible de publier quoi que ce soit sans l’imprimatur de la Synagogue. Effectivement, ajouterais-je, le juif règne sans partage.

En France, année après année, le ministère de l’Intérieur et certains organismes spécialisés font la recension des actes qu’on pourrait, dans notre pays, qualifier d’antisémites. Ils se battent les flancs pour grossir leurs statistiques mais le résultat est là : on ne trouve dans notre pays quasiment pas d’actes antisémites.

S’il est vrai qu’il est doux d’être juif, de quel droit les juifs se plaignent-ils d’un antisémitisme quasi inexistant et de quel droit réclament-ils et obtiennent-ils une répression de plus en plus sévère du révisionnisme assimilé à l’antisémitisme?

Dans la livraison même du Monde où est paru cet article d’A. Finkielkraut on annonce que Jean-Marie Le Pen paie à nouveau chèrement l’audace d’avoir déclaré que les chambres à gaz sont un détail de l’histoire de la seconde guerre mondiale. Le Parlement européen vient de lever, à une très large majorité, son immunité parlementaire. Un tribunal allemand pourra le condamner éventuellement à une peine de cinq ans de prison. Au Parlement européen, l’Allemand Willy Rothley, qui s’exprimait au nom des socialistes européens, a expliqué que le code pénal allemand a pour but de «protéger les jeunes gens contre les falsifications de l’histoire». «Si M. Le Pen», a-t-il averti, «ne répond pas à la convocation de la justice de mon pays, il sera emprisonné dès qu’il foulera le sol allemand».

En Allemagne, la répression bat son plein. Même des Américains de passage en Allemagne ou de passage dans un pays limitrophe de l’Allemagne peuvent être jetés dans des prisons allemandes pour crime de révisionnisme. Ajoutons qu’à cause de la même déclaration J.-M. Le Pen est également poursuivi en France. En 1991, il lui avait fallu verser 1 200 000 francs. Condamné en référé le 26 décembre 1997, il est actuellement mis en examen à Paris et, pour la même déclaration, se trouve donc poursuivi en même temps et à Munich et à Paris.

Jour après jour, j’observe avec intérêt cette montée en puissance du pouvoir juif. Aujourd’hui, pour mon humble part, j’ai, comme chaque mois, envoyé mon tribut de 5 000 F à «Trésor Paris Amendes» chargé de collecter le montant des amendes qui me sont régulièrement infligées pour révisionnisme, c’est-à-dire pour avoir contrarié la Synagogue (1). Après-demain, un nouveau procès m’attend à Paris (2).

Le 14 octobre, j’aurai le résultat d’un procès qui m’a été intenté à Amsterdam pour ce que j’ai écrit, il y a plus de vingt ans, sur l’imposture du Journal d’Anne Frank; deux richissimes associations juives se sont plaintes de ce que mon étude sur le sujet leur cause un préjudice moral et financier! Toujours à Paris, un autre procès m’attend pour révisionnisme.

En France, en Allemagne, en Palestine et, au fond, à y regarder de près, partout ailleurs dans le monde, y compris au Japon, mieux vaut ne pas froisser, même indirectement ou involontairement, ceux qui, comme A. Finkielkraut, peuvent soupirer: «Ah, qu’il est doux d’être juif en cette fin de XXe siècle!»

Pour notre part, ligotés, bâillonnés, il ne nous reste aucun droit, pas même celui de soupirer: «Ah, qu’il est douloureux de n’être pas juif en cette fin de XXe siècle!»

Additif (14 octobre 1998): M. Finkielkraut vient de témoigner contre Roger Garaudy, auteur des Mythes fondateurs de la politique israélienne, à la XIe chambre correctionnelle de la cour d’appel de Paris. Il voit en R. Garaudy un antisémite et un «faurissonien». Il approuve la loi du 13 juillet 1990 qui condamne les révisionnistes à prison et amende; l’Etat, dit-il, doit punir la haine.


(1) Les premiers à préconiser l’instauration en France d’une loi antirévisionniste sur le modèle de la loi israélienne de juillet 1981 ont été un groupe d’historiens juifs dont Pierre Vidal-Naquet et Georges Wellers réunis autour de René-Samuel Sirat, Grand Rabbin de France (Bulletin quotidien de l’Agence télégraphique juive, 2 juin 1986, p. 1, 3). Cette loi, dite «Fabius-Gayssot», a été adoptée le 13 juillet 1990.
(2) En 1982, à l’occasion de l’un de mes tout premiers procès, Alain Finkielkraut avait publié aux éditions du Seuil un ouvrage confus intitulé L’Avenir d’une négation / Réflexion sur la question du génocide. Le révisionnisme le préoccupait. A la première page de son livre, il me décrivait, avec une belle audace, en «émule de Big Brother». A la page 66, il écrivait: «En termes de méthode, les négateurs des chambres à gaz sont les fils spirituels des grands staliniens».

Thursday, June 27, 1996

La victoire des révisionnistes ?


La page de couverture de L'Événement du jeudi comporte une photographie de l'abbé Pierre et a pour titre : «Holocauste : la victoire des révisionnistes». L'essentiel du dossier consacré à ce sujet s'étend sur dix pages ; on trouve aussi des éléments sur le sujet à quelques autres pages [1].

Tous les articles sont uniformément hostiles aux révisionnistes. A ces derniers on ne donne jamais directement la parole et les propos qu'on leur prête sont, en général, déformés ou tronqués.

Le directeur de la publication explique que la première victoire des révisionnistes est d'avoir imposé l'utilisation du mot « révisionnistes » en page de couverture pour bien faire comprendre quel était le sujet traité. Le mot de « négationnistes » n'aurait pas convenu.

On reconnaît que les révisionnistes ont remporté tant de succès que, dans le camp de leurs adversaires, « le désarroi concurrence la confusion » et que « la panique a gagné les rangs des démocrates » [2].

Simone Veil pense qu'il faut désormais abroger la loi Gayssot (loi essentiellement antirévisionniste). Pierre Vidal-Naquet, Bernard-Henri Lévy et Pierre-André Taguieff ne savent plus que faire. P. Vidal-Naquet déclare, lui qui, dans le passé, m'a chargé jusque devant les tribunaux : «Je suis prêt à tuer Faurisson, mais pas à le poursuivre en justice [3] » et, à propos de l'abbé Pierre, il ne voit qu'une solution : il faut le ridiculiser, «le caricaturer, le délégitimer». Le philosophe Alain Finkielkraut «rage» (sic). Jean-François Kahn se pose des questions sur les constantes accusations portées contre les révisionnistes dans les médias : «à quoi rime cette espèce de chasse aux sorcières délirante, ce maccarthysme retourné qui consiste, deux fois par semaine, à démasquer, à traquer, à débusquer un nouveau “révisionniste” ou “négationniste” ? » Il ajoute qu’« on organise un lynchage [de révisionniste] par semaine». «De grands historiens ont été ébranlés par Faurisson», reconnaît P.-A. Taguieff.

Nos adversaires sont convaincus que, pendant plus de quinze ans, nous avons, Pierre Guillaume, ses amis et moi-même, agi en fins stratèges.


La réalité est différente : les révisionnistes ont accumulé des découvertes. Ce sont leurs seules vraies victoires.


Car nous ne parvenons pas, du moins en France, à obtenir un débat avec la partie adverse et à faire entendre nos voix dans les grands médias. Le jour même où L'Événement du jeudi annonçait « la victoire des révisionnistes », le tribunal de grande instance de Bordeaux condamnait le libraire bordelais Jean-Luc Lundi, père de onze enfants, à un mois de prison avec sursis et cinq mille francs d'amende pour exposition et vente de livres révisionnistes. Assorti d'une mise à l'épreuve de cinq ans, le jugement a, en outre, ordonné la destruction des livres saisis dans sa boutique : c'est-à-dire cinquante-deux exemplaires, soit des Annales d'histoire révisionniste, soit de la Revue d'histoire révisionniste. On peut s'étonner d'une telle mesure puisque ces deux revues n'ont fait l'objet d'aucune interdiction de publication ; en revanche, un arrêté de Pierre Joxe en date du 2 juillet 1990 les a frappées d'une interdiction de publicité.


«Et si l'abbé Pierre avait raison ?» La question vient d'apparaître, dans Paris, sur des affiches en caractères jaunes sur fond noir. Nos censeurs de L'Événement du jeudi sont perturbés par cet affichage public tout autant que par l'utilisation d'Internet par les révisionnistes.


Ils savent que, pour eux, le danger vient actuellement, d'une part, de l'influence de l'abbé Pierre et, d'autre part, de la puissance d'Internet.


Prochains rendez-vous à la XVIIe chambre du tribunal correctionnel de Paris (4, boulevard du Palais) pour deux procès instruits sur le fondement de la loi Fabius-Gayssot :


– mardi 24 septembre 1996, à 13 h 30, contre Me Éric Delcroix pour son livre sur La Police de la pensée contre le révisionnisme ;


– vendredi 15 novembre 1996, à 13h30, contre moi-même pour mon communiqué du 19 avril 1996 à l'AFP à propos de l'affaire Garaudy-abbé Pierre ; ma dernière condamnation remonte au 13 juin 1995 pour mon livre Réponse à Jean-Claude Pressac.


27 juin 1996

Notes

[1] « Holocauste : la victoire des révisionnistes », p. 16-25 et p. 3, 5, 10, 13.


[2] Id., p. 23.


[3] Interrogé à Paris le 14 décembre 1992 par la correspondante du réseau américain National Public Radio sur ma condamnation du 9 décembre, Pierre Vidal-Naquet avait répondu en anglais : « Je hais Faurisson. Si je le pouvais, je le tuerais personnellement » (voy. samizdat : « Pierre Vidal-Naquet tuerait Faurisson », 10 mars 1993)


Friday, February 1, 1991

Léon Poliakov, Pierre Vidal-Naquet, Claude Lanzmann

  
« L’ordre du génocide fut donné par Hitler à Himmler au début de 1941. » Cette affirmation, Léon Poliakov la retire. Elle était pourtant au fondement même de son ouvrage sur le IIIe Reich et les juifs : Bréviaire de la haine. L’historien avoue aujourd’hui avoir succombé à « une sorte de passion dénonciatrice » ; il n’avait formulé cette assertion que « sur la foi de quelques témoignages de deuxième ou troisième main » [1].



Pierre Vidal-Naquet prétendait en 1980 que, contrairement à ce qu’affirmaient les révisionnistes, les Alliés avaient bel et bien expertisé des chambres à gaz homicides dans les camps de concentration du IIIe Reich. Dix ans plus tard, il déclare que « [les nazis] se sont acharnés à détruire toute trace matérielle de ces chambres ». S’ils se sont acharnés, il est douteux qu’il soit resté une seule chambre à gaz à expertiser.

P. Vidal-Naquet ne croit donc manifestement plus à l’existence de ces expertises de l’arme du crime [2]. « Tout paraît invraisemblable et pourtant tout est vrai » : la phrase est de P. Vidal-Naquet ; elle sert de publicité à un ouvrage d’Edward Reicher, Une vie de juif.



Claude Lanzmann et son film Shoah semblent devenir les objets d’une sorte de révision. « L’Holocauste n’est pas une marque déposée, ni un fonds de commerce ! » s’exclame Alain Vidalies [3]. Alain Finkielkraut écrit : « Claude Lanzmann se considère comme le concessionnaire exclusif de l’Extermination... [Il] a inventé une nouvelle définition de l’antisémitisme : l’antisémite, c’est celui qui ne fait pas ses dévotions au Film Unique. Cette auto-idolâtrie est grotesque et dégoûtante. Si Le Nouvel Observateur avait eu une once de charité, il n’aurait pas ainsi donné en spectacle la déchéance d’un artiste en mamamouchi [4]. » C. Lanzmann réplique d’Israël : « Accoutumé à statuer et légiférer sur tout sans qu’on le contredise jamais, Finkielkraut, incapable de me répondre, s’étrangle de rage, s’égare dans l’enflure et la haine [5]. »

Tzvetan Todorov estime : « Shoah, film sur la haine, est fait avec de la haine et enseigne la haine [6]. »



La thèse de l’« Holocauste » est en difficulté. Les zizanies s’aggravent. On se rejette mutuellement la responsabilité d’un échec qui prend des proportions alarmantes [7]



[Publié dans la RHR, n° 4, février-avril 1991, p. 105-106.]


Notes


[1] L. Poliakov, « Histoires et polémiques : à propos du génocide », Commentaire, Paris, printemps 1991, p. 203. 
[2] Voy., en 1980, « Un Eichmann de papier. Anatomie d'un mensonge », Esprit, septembre 1980, p. 53-56, repris dans Les Assassins de la mémoire, Paris, La Découverte, 1987, p. 195, n. 42 ; à comparer avec « Négateurs. Des semeurs de haine », propos recueillis par René François, Différences, mars 1990, p. 17. 
[3] « L’Holocauste, dommages et intérêts », Sud-Ouest, 23 octobre 1990. 
[4] A. Finkielkraut, « Le cas Lanzmann », Le Nouvel observateur, 31 janvier 1991, p. 118. 
[5] C. Lanzmann, « La pensée défaite », Le Nouvel observateur, 31 janvier 1991, p. 41. 
[6] T. Todorov, Face à l’extrêmeParis, Le Seuil, 1991, p. 255. 
[7] Sur G. Wellers à propos de S. Klarsfeld et sur ce dernier à propos d’A. Mayer, voy. Revue d'histoire révisionniste, n° 3, p. 98 et 212.